Ogni mese, nel silenzio invisibile delle strade, centinaia di milioni di persone affrontano il ciclo mestruale senza acqua corrente, senza bagni sicuri, senza un prodotto assorbente. Non è un’eccezione. È la norma per chi vive in condizioni di senzatetto. Una designer brasiliana ha deciso che questa realtà non poteva più essere ignorata — e ha trasformato gli scarti di una pianta tropicale in uno strumento di dignità.
La povertà mestruale: una crisi globale ancora in gran parte invisibile
Secondo i dati dell’UNICEF e dell’OMS, oltre 500 milioni di persone nel mondo non hanno accesso adeguato all’igiene mestruale. Tra queste, le donne e le ragazze che vivono in condizioni di senzatetto rappresentano una delle categorie più vulnerabili e meno considerate dalle politiche pubbliche. In assenza di assorbenti, molte ricorrono a carta di giornale, stracci, sacchetti di plastica — soluzioni che espongono al rischio di infezioni gravi, come la sindrome da shock tossico o infezioni del tratto urinario.
La povertà mestruale non è solo un problema di accesso a un prodotto. È una forma di esclusione che tocca la salute, l’autonomia e la partecipazione alla vita sociale. Molte donne in strada rinunciano a cercare lavoro o a frequentare servizi pubblici nei giorni del ciclo, per la vergogna e il disagio fisico che ne derivano. Un tabù che si sovrappone a un altro: quello della vita in strada.
Rafaella de Bona Gonçalves e la nascita del progetto “Maria”
È in questo contesto che si inserisce il lavoro di Rafaella de Bona Gonçalves, giovane designer di Curitiba, nel sud del Brasile. Tutto nasce durante gli anni universitari, in un corso centrato sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Invece di fermarsi a un’analisi teorica, de Bona Gonçalves è scesa in strada — letteralmente — per parlare con le donne senzatetto della sua città.
Quelle conversazioni hanno cambiato la traiettoria del suo lavoro. Da esse è nato “Maria”: un assorbente interno biodegradabile realizzato con fibre estratte dagli scarti della pianta di banana, materiale abbondante e quasi completamente inutilizzato in Brasile. Il nome scelto non è casuale: Maria è uno dei nomi femminili più comuni nel paese, e la sua scelta evoca un’universalità intenzionale, un omaggio a tutte le donne che il progetto vuole raggiungere.
Un prodotto pensato per chi non ha nulla
Il design di “Maria” non è stato pensato in un laboratorio asettico, ma costruito attorno ai vincoli reali della vita di strada. Nessun applicatore complesso, nessuna plastica, nessuna necessità di lavaggio o sterilizzazione. Il formato richiama quello di un rotolo di carta igienica: il materiale può essere staccato, arrotolato e modellato in dimensioni variabili secondo le esigenze individuali.
Questa semplicità è deliberata. Le donne senzatetto spesso non dispongono di biancheria intima adeguata per un assorbente esterno, né di accesso all’acqua necessario per utilizzare una coppetta mestruale riutilizzabile. “Maria” non richiede niente di tutto questo. Richiede solo che esista.
Nel tempo, il progetto si è evoluto in una linea multifunzione: prodotti che possono essere usati come salvaslip esterni o trasformati in tamponi grazie a perforazioni integrate. I materiali impiegati — fibra di banana, bambù, cellulosa e schiuma di soia — sono tutti biodegradabili, a differenza dei prodotti convenzionali che contengono fino al 90% di plastica e impiegano secoli per decomporsi in discarica.
Il modello “buy one, give one” e le cooperative femminili
La dimensione sociale del progetto va oltre il prodotto stesso. Per finanziare la distribuzione gratuita alle persone vulnerabili, de Bona Gonçalves ha sviluppato un modello solidale ispirato al principio “buy one, give one”: ogni prodotto acquistato da un consumatore comune finanzia la donazione di uno a chi non può permetterselo.
La produzione è affidata a cooperative femminili che raccolgono e lavorano le fibre vegetali, offrendo occupazione a donne in situazioni economiche precarie. In questo modo, “Maria” diventa qualcosa di più di un assorbente: è una filiera che connette economia circolare, inclusione lavorativa e diritti riproduttivi. Ogni anello della catena è pensato per moltiplicare l’impatto sociale.
Il riconoscimento dell’European Patent Office e la visibilità internazionale
Nel 2022, il lavoro di Rafaella de Bona Gonçalves ha ricevuto un riconoscimento significativo: l’European Patent Office l’ha inserita tra i finalisti dello Young Inventors Prize, il premio che ogni anno celebra i giovani innovatori europei e internazionali under 30 che affrontano le sfide globali attraverso l’invenzione. La candidatura ha messo in luce tanto il valore ambientale della soluzione quanto la sua rilevanza sociale.
Il premio, assegnato dall’EPO dal 2006, ha contribuito a portare “Maria” all’attenzione di media, organizzazioni non governative e istituzioni internazionali. Un riconoscimento che, nelle parole della stessa designer, non è un punto di arrivo ma uno strumento per amplificare un messaggio: il design può essere un atto politico, una risposta concreta a diseguaglianze che i mercati tradizionali ignorano perché non sono redditizie.
Quando il design diventa giustizia sociale
La storia di “Maria” si inserisce in un movimento più ampio che sta ridefinendo il ruolo del design nel mondo contemporaneo. Discipline come il design for social innovation o il humanitarian design stanno guadagnando spazio nelle università e nelle imprese, dimostrando che la creatività progettuale può essere orientata non al profitto, ma alla risoluzione di problemi umani urgenti.
In Italia, in Europa, come in America Latina, la povertà mestruale è riconosciuta sempre più come una questione di salute pubblica. Alcuni paesi — tra cui Scozia, prima nazione al mondo, nel 2020 — hanno già introdotto leggi per garantire accesso gratuito ai prodotti mestruali. Organizzazioni come Period Poverty UK e il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) continuano a documentare l’ampiezza del fenomeno.
In questo scenario, il progetto di de Bona Gonçalves non è solo un’invenzione. È una domanda rivolta al mondo: perché stiamo ancora trattando l’igiene mestruale come un lusso?

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