Per decenni, l’America è stata la destinazione. Il posto in cui si arrivava, non da cui si fuggiva. Il luogo in cui si costruivano sogni, non si abbandonavano. Eppure, nel 2025, qualcosa di profondamente insolito è accaduto: per la prima volta in almeno mezzo secolo, più persone hanno lasciato gli Stati Uniti di quante ne siano entrate. Non è uno slogan politico, non è una profezia catastrofista. È aritmetica demografica, documentata dagli economisti della Brookings Institution — uno dei più autorevoli think tank americani — che stimano un saldo migratorio netto negativo compreso tra -10.000 e -295.000 persone nel corso del 2025.
Il crollo degli ingressi: la vera causa del saldo negativo
Prima di leggere nei numeri una narrativa di esodo drammatico, è necessario fare chiarezza su ciò che li determina. Il fattore dominante nel capovolgimento del saldo migratorio non è la fuga di massa di cittadini americani verso Lisbona o Dublino, bensì un crollo verticale delle entrate legali nel Paese. Secondo la Brookings, il totale degli ingressi nel 2025 si è attestato tra 2,6 e 2,7 milioni di persone, in calo drastico rispetto ai quasi 6 milioni del 2023. I rifugiati ammessi sono precipitati da 105.000 a meno di 12.000. Le green card rilasciate all’estero sono scese a circa 560.000–575.000, contro le 670.000 dell’anno precedente.
La causa principale risiede nelle politiche migratorie della seconda amministrazione Trump: riduzione dei programmi di parola umanitaria, sospensione di molti canali per rifugiati, intensificazione dei controlli al confine sud-occidentale. Come spiega lo stesso rapporto Brookings, “il rallentamento dei nuovi arrivi, in particolare attraverso la parola umanitaria e i programmi per rifugiati, ha un impatto maggiore sulla riduzione dei flussi migratori rispetto alle deportazioni”. Sul fronte delle uscite, si stimano tra 310.000 e 315.000 espulsioni da parte dell’ICE, a cui si aggiungono tra 210.000 e 405.000 partenze volontarie, molte delle quali legate a una percezione crescente di insicurezza giuridica e sociale.
Il “Donald Dash”: un fenomeno reale, ma più complesso di quanto appaia
C’è però un secondo capitolo, quello dei cittadini americani che scelgono di andarsene, e che racconta una storia culturale altrettanto significativa. Nel maggio 2026, a San Diego, si è tenuta la seconda edizione del “Move Abroad Con”, una conferenza dedicata a chi vuole lasciare gli Stati Uniti: 600 partecipanti paganti, il doppio rispetto all’anno precedente. Tra coloro che hanno risposto a un sondaggio interno, l’89% ha citato ragioni politiche come motivazione principale, il 73% la ricerca di nuove opportunità, il 57% il costo della vita.
Sono dati che si inseriscono in un quadro più ampio. Un sondaggio Harris Poll del 2025 ha rilevato che quattro americani su dieci hanno considerato o pianificano di trasferirsi all’estero, con picchi del 63% tra la Generazione Z e del 52% tra i Millennial. Secondo Gallup, la quota di americani che desiderano emigrare stabilmente era ferma intorno al 10-11% durante le presidenze Bush e Obama, è salita al 16% durante il primo mandato Trump, e a novembre 2025 aveva raggiunto uno su cinque. La Global Citizen Solutions, società di consulenza per residenze e cittadinanze internazionali, stima che nel 2025 circa 180.000 cittadini statunitensi si siano trasferiti definitivamente all’estero — il dato più alto degli ultimi decenni.
Attenzione, però, alle semplificazioni: come sottolinea la ricercatrice Daina Stukuls Eglitis in uno studio pubblicato su The Conversation, la grande maggioranza degli americani insoddisfatti non se ne va. Vincoli finanziari, reti familiari, proprietà immobiliari e un senso identitario radicato tengono la maggior parte delle persone dove sono. Il fenomeno è reale ma non è un esodo.
Dove vanno gli americani che partono
Le destinazioni più gettonate riflettono una geografia precisa della speranza. Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia, Grecia sono le mete europee preferite, attrattive per il costo della vita relativamente contenuto (rispetto agli Stati Uniti), le politiche di accoglienza verso i nomadi digitali e i pensionati, e la qualità della vita. Il visto D7 portoghese e il Golden Visa continuano ad attirare pensionati e lavoratori autonomi. L’Italia ha introdotto nel 2025 un visto specifico per i nomadi digitali. In Asia, Tailandia e Bali emergono come destinazioni di lungo periodo per chi lavora da remoto.
Un caso emblematico citato da CNBC racconta di una coppia di Chicago che, risparmiando oltre 20.000 dollari in dieci mesi, si è trasferita a Valencia, in Spagna, nella primavera del 2025. Non sono ricchi in fuga: sono persone di ceto medio che fanno i conti con l’aumento del costo della vita americano e trovano altrove un equilibrio economico più sostenibile.
Le conseguenze sul mercato del lavoro e sull’economia
Il rallentamento migratorio non è solo un fenomeno demografico: è una variabile macroeconomica con effetti concreti e misurabili. La crescita occupazionale “di equilibrio” — cioè il numero di nuovi posti di lavoro mensili necessari a mantenere stabile il tasso di disoccupazione — è scesa drasticamente. Se negli anni recenti si attestava tra 120.000 e 200.000 unità mensili, nella seconda metà del 2025 si è ridotta a soli 20.000–50.000 posti al mese. Per il 2026, Brookings ipotizza che potrebbe avvicinarsi allo zero o addirittura diventare negativa.
La disoccupazione ha già registrato un lieve incremento, circa +0,3 punti percentuali. Il calo dei consumi legato alla minore presenza di lavoratori immigrati — e alla loro crescente incertezza — comporta una perdita stimata tra 40 e 60 miliardi di dollari nel 2025, con un ulteriore calo tra 10 e 40 miliardi nel 2026. L’impatto sul PIL americano è quantificabile in una riduzione di circa 0,2–0,3 punti percentuali nel 2025, e fino a 0,32 punti nello scenario più pessimistico del 2026. Non è un crollo, ma è una frenata significativa per un’economia che si presentava al mondo come inarrestabile.
Una frattura culturale che i numeri non catturano del tutto
Dietro le statistiche c’è qualcosa di meno quantificabile ma forse più importante: un cambiamento nella percezione che il mondo — e gli stessi americani — hanno degli Stati Uniti. Il turismo internazionale ha registrato un calo del 9% nel 2025 rispetto all’anno precedente, segnale che l’America appare meno desiderabile non solo a chi vorrebbe viverci, ma anche a chi vorrebbe semplicemente visitarla.
Un sondaggio della American Psychological Association del 2025 ha rilevato che il 76% degli adulti americani è più preoccupato per il futuro del Paese rispetto a prima delle elezioni presidenziali del 2024. Non è solo insoddisfazione politica: è un senso diffuso di fragilità istituzionale che attraversa generazioni, generi, etnie. Le comunità LGBTQIA+, le donne, le minoranze razziali esprimono percentuali ancora più alte di preoccupazione per i propri diritti.
L’America è una nazione costruita sull’idea di essere una destinazione: “la terra delle opportunità”, il faro per chi cerca libertà e prosperità. Quell’identità fondativa — l’eccezionalismo americano come calamita per talenti, capitali e speranze — è oggi sotto una pressione che i numeri del 2025 fotografano con inedita chiarezza. Non è detto che il fenomeno sia irreversibile. Ma la domanda che pochi si aspettavano di dover porre è finalmente sul tavolo: cosa succede quando l’America smette di essere la risposta e comincia a diventare la domanda?

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