#Let’s go disco!

La disco music non muore mai. Una dimostrazione è il caloroso benvenuto che è stato dato dai lettori a “La storia della Disco Music” (ed. Hoepli), il primo volume italiano che narra in prospettiva socio-culturale la storia di un genere musicale, melting pot sonoro, sociale e culturale, che da movimento underground si è evoluto in carismatico trend-setter di massa.

Dalle originarie discothèques di Parigi alle radici afro, R&B, soul e funk, fino alle contaminazioni con l’elettronica, il rock e il jazz, il saggio riserva uno spazio anche alla prima Italo Disco, in cinquecento pagine ricche di racconti, aneddoti e citazioni, con la prefazione di Gloria Gaynor e l’introduzione di Amii Stewart.

“La Disco Music resterà per sempre impressa nel DNA della musica”

Tra il pubblico che questo weekend ha preso parte alla presentazione del libro in Riviera Romagnola in compagnia dei due autori Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano ci sarà stato sicuramente più di un fortunato testimone dei primi concerti italiani di Gloria Gaynor proprio nelle discoteche riminesi.

Rapiti dalla febbre del sabato sera, abbiamo approfittato per fare una piacevole chiacchierata con Andrea e Giovanni.

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Negli anni 70’ nasceva la Disco Music, genere trascinante, felice; ti faceva lasciare alle spalle lo stress del periodo dando spazio alla voglia di ballare e all’allegria sui volti delle persone.

Sono passati 50 anni da allora ed i singoli più ascoltati e scaricati oggi, hanno lo stesso “ritmo”, qual è il segreto?

Il segreto sta nel fatto che tutti i nuovi adepti del dancefloor, dai Daft Punk a Dua Lipa, sono debitori nei confronti dei pionieri dell’epoca, da Giorgio Moroder a Nile Rodgers. Non è un caso che l’album di imminente uscita di Kylie Minogue si intitoli, laconicamente, “Disco”.

L’ascolto e la storia di questo genere musicale ci raccontano che è stato “contaminato” dal Funk, Soul, R&B, Jazz, Latin Jazz, Cuban, Brazilian ecc… Per quale motivo molti sostenevano fosse una “musica senza cervello”?

Per superficialità, ignoranza o pregiudizi ideologici: l’intellighenzia dell’epoca, dai critici musicali alle grandi firme giornalistiche, non sapeva nulla, né si informava, riguardo le radici, la genesi e l’esplosione underground della disco music. Nel nostro libro abbiamo voluto rendere giustizia a questo genere musicale raccontando tutto ciò che di esso non era mai stato detto.

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Ad ogni stile musicale in genere corrisponde uno stile di vita dell’ascoltatore; perché questa grande rivalità tra chi ascoltava Rock o Punk verso il popolo della “Febbre del sabato sera”?

Il fenomeno della cosiddetta ‘rivalità’ era in realtà a senso unico: i fruitori della disco non avevano nulla da obiettare all’ascolto della musica Rock o Punk e ai loro relativi stili di vita. Erano i rockettari e i punk, invece, ad avercela con la disco non solo per questioni di gusti musicali, ma per pregiudizi ideologici di stampo razzista: la disco era la musica degli afro-americani, dei latini, dei portoricani e degli

omosessuali. Ciò spiega molto bene cosa abbia dato luogo a quell’episodio denominato ‘Disco demolition night’ avvenuto nel luglio del 1979 allo Stadio di Chicago, quando un dj radiofonico decaduto pensò bene di ridare lustro alla propria carriera invitando gli spettatori della partita di turno a portare con loro vinili a 45 e 33 giri di artisti disco music per incendiarli in un gigantesco falò al centro del campo: la maggior parte di quei dischi era di artisti black e gay. Un atto, quindi, di triste memoria nazista.

I giri di basso di Stanley Clarke, di Bernard Edwards degli Chic e di tanti altri dell’epoca, sono stati secondo voi dignitosamente “rimpiazzati” dalla moderna tecnologia di produzione attuale?

Non potranno mai essere rimpiazzati! I nomi da te citati corrispondono a dei giganti e rimarranno sempre tali . L’unica speranza è che possano essere in qualche modo eguagliati, ma di certo non sostituiti.

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L’avvento dei Disc Jockey, che facevano scorrere le grandi hit sui solchi del vinile, ha in qualche modo “ostacolato” il lavoro dei musicisti?

No, al contrario: il dj, negli anni ’70, diviene una figura chiave nell’indirizzare i gusti del pubblico, un trendsetter, come lo definiamo noi nel libro, un vero e proprio psicologo delle masse. I dj sceglievano la scaletta dei brani da suonare ma molto spesso li remixavano e editavano dando loro nuova vita, diventando così essi stessi veri e propri producers che, con il loro operato, davano nuovo vigore a musicisti e arrangiatori. Prova ne sia il gesto di Barry White nei confronti di Bobby “DJ” Guttadaro, al quale regalò il disco d’oro ottenuto per il brano “Love’s Theme” per aver contribuito in modo sostanziale ad incrementarne vendite e diffusione.

Abbiamo nel nostro Bel paese l’equivalente dello Studio 54?

La Baia degli Angeli di Gabicce fu molto più dell’equivalente dello Studio 54: avendo aperto i battenti ben due anni prima di quest’ultima, nel 1975, è certamente da considerare la sorella maggiore dello Studio di Manhattan.

Qual è il motivo principale che vi ha portato a scrivere questo nuovo libro?

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In primis, la passione per il genere disco e per i grandissimi artisti che lo hanno contraddistinto, da Donna Summer a Barry White, passando per Isaac Hayes, Van McCoy, Sylvester, Gloria Gaynor, KC & The Sunshine Band, Amii Stewart, George McCrae e tanti altri. Ma anche per un desiderio di riscatto nei confronti di uno stile musicale che, negli anni, nel migliore dei casi è stato descritto con grossolana superficialità puntando il focus solo sul glamour e sugli aspetti più spettacolari, e nel peggiore è stato raccontato in modo totalmente fuorviante.

C’è qualche “meteora” della disco music che secondo voi è stata sottovalutata? Cosa pensate sia andato storto? Seppur sotto traccia, quale eredità ci hanno lasciato?

Gli artisti disco music che sono stati dei “one hit wonders” , ossia coloro che hanno avuto un solo hit (o due) al loro attivo, sono una miriade.Eppure hanno lasciato un segno indelebile nel panorama musicale, non tanto con il loro nome bensì con la loro canzone che è entrata negli annali come evergreen . Basti pensare a Ring My Bell di Anita Ward, Born To Be Alive di Patrick Hernandez, I Love The Nightlife di Alicia Bridges o Love Is In The Air di John Paul Young, tanto per citare solo alcuni esempi: la superstar non è l’interprete, ma il brano stesso, come affermiamo nel nostro libro. Nei casi citati, per esempio, quelle canzoni erano talmente ben congegnate da avere congelato la carriera dei loro esecutori.

Le mode sono cicliche, infatti da un po’ di tempo si vede il ritorno in auge del vinile, ed ultimamente anche delle musicassette. È possibile che anche la disco music torni prepotentemente di moda? Se sì, sotto quale veste?

A nostro avviso la disco music non è mai passata di moda. Magari ha cambiato nome in dance , House, techno-pop o EDM ma non è mai decaduta o addirittura scomparsa. Senza dubbio è passato di moda tutto l’aspetto più glamour e scintillante che caratterizzava proprio quel periodo della metà degli anni ’70, ma l’essenza è entrata nel DNA della musica popular a tutti gli effetti.

Noi crediamo che l’amore, l’allegria e la voglia di ballare siano sensazioni, emozioni belle ed importanti, soprattutto dopo un periodo di lockdown!! Quindi grazie per averci fatto ripercorrere la storia di questa musica felice!!!

Grazie a voi per questa intervista!

E quale modo migliore di concludere se non citare la frase tratta dalla prefazione al nostro libro scritta da Gloria Gaynor:

“La disco è una musica che risolleva l’umore”.

Più adatta di così, in questi tempi…