Quando il vento soffia dal Mar Caspio e attraversa le colline del Caucaso, trova sulla sua strada qualcosa di inaspettato: sedici pilastri di bronzo e pietra che si ergono fino a trentacinque metri d’altezza sul Monte Keeni, alle porte settentrionali di Tbilisi. Si stagliano contro il cielo georgiano come un alfabeto di giganti, come un messaggio lasciato da una civiltà per le generazioni che verranno. Non è Stonehenge, anche se molti viaggiatori li hanno soprannominati il “Stonehenge georgiano“. È qualcosa di più intimo, di più sofferto e di più potente: è la Chronicle of Georgia, il Memoriale della Storia della Georgia, un’opera monumentale che riassume tremila anni di statehood e duemila anni di fede cristiana in una singola, vertiginosa visione d’insieme.
Chiunque salga la lunga scalinata che conduce alla sommità del monte resta immobile per qualche secondo. Non per mancanza di fiato, anche se la salita è impegnativa. Resta immobile perché la mente impiega un momento a elaborare ciò che gli occhi stanno vedendo: un’epopea scolpita nel metallo, una biblioteca verticale dove ogni centimetro di superficie racconta una storia, un nome, una battaglia, una preghiera.
Un’opera nata negli ultimi anni dell’Unione Sovietica
La storia della Chronicle of Georgia comincia nel 1985, nel crepuscolo dell’era sovietica, quando lo scultore georgiano-russo Zurab Konstantinovich Tsereteli — nato a Tbilisi il 4 gennaio 1934 — ricevette l’incarico di realizzare un monumento capace di celebrare l’identità profonda della Georgia. Tsereteli era già allora una figura di rilievo internazionale: aveva studiato all’Accademia Statale di Arti di Tbilisi, aveva approfondito l’arte popolare georgiana presso l’Accademia delle Scienze, ed era diventato uno dei massimi esponenti dell’arte monumentale sovietica. Il suo linguaggio era il linguaggio della grandiosità: colossale, assertivo, capace di fermare lo sguardo a chilometri di distanza.
L’opera fu progettata per celebrare un doppio anniversario simbolico: tremila anni di statualità georgiana e duemila anni di presenza del Cristianesimo in questa terra caucasica. Una scelta audace, se si considera che il regime sovietico era ufficialmente ateo e che in quegli stessi anni molte chiese georgiane erano state trasformate in magazzini, stalle o sale di riunione del Partito. Eppure, grazie anche all’atmosfera di progressiva apertura portata dalla perestroika di Mikhail Gorbačëv, Tsereteli ottenne il consenso delle autorità sovietiche della Repubblica Socialista Sovietica Georgiana per realizzare un’opera che aveva un’anima profondamente religiosa e nazionalistica.
Secondo alcune fonti storiche, il terreno sul Monte Keeni era stato originariamente destinato a ospitare un gigantesco monumento a Joseph Stalin, alto cento metri. Il progetto non fu mai realizzato — Stalin non trovò uno scultore ritenuto abbastanza degno — e la collina rimase vuota per decenni, finché Tsereteli non la trasformò nel palcoscenico della sua opera più ambiziosa.
Un libro di pietra aperto sul Caucaso: la struttura del monumento
Avvicinarsi alla Chronicle of Georgia è un’esperienza che si compie per strati. Prima la si intravede in lontananza, una sagoma scura che si scopre poco a poco oltre il verde delle colline. Poi si parcheggia, si imbocca la scalinata e si comincia a salire, mentre le figure scolpite emergono sempre più nitide, sempre più grandi, sempre più presenti. Alla base della salita, una fila di tredici figure solenni accoglie il visitatore: sono i Padri Asiri, i tredici monaci missionari che nel VI secolo d.C. si spinsero fino in Georgia per diffondere il Vangelo, lasciando un’impronta indelebile sulla spiritualità locale.
I sedici pilastri — alcuni alti trenta metri, altri fino a trentacinque — sono organizzati come le pagine di un libro immenso, aperto sul panorama della città e del Mare di Tbilisi, il lago artificiale che scintilla in basso come un frammento di cielo caduto a terra. La struttura è realizzata in bronzo, rame e pietra, e le sue superfici sono interamente ricoperte di bassorilievi, figure e iscrizioni in alfabeto georgiano, uno dei sistemi di scrittura più antichi e affascinanti del mondo.
La lettura del monumento procede verticalmente, come una cosmologia. Nella parte inferiore dei pilastri, le scene narrano gli episodi fondamentali della vita di Gesù Cristo: la Domenica delle Palme, l’Ultima Cena, la Crocifissione, la Resurrezione, la Pentecoste, l’Annunciazione. La scelta di collocare il messaggio evangelico alla base non è casuale: il Vangelo è il fondamento su cui si erge tutto il resto.
La fascia centrale è dedicata ai grandi protagonisti della storia georgiana. Qui compaiono re, regine, guerrieri, letterati e santi. Il Re Mirian III, che nel 337 d.C. proclamò il Cristianesimo religione di stato, guarda l’eternità con la solennità di chi ha cambiato per sempre il destino del suo popolo. La Regina Tamara, che regnò tra il 1184 e il 1213 portando la Georgia alla sua età dell’oro — un periodo di fioritura culturale, espansione territoriale e mecenatismo artistico senza precedenti —, è raffigurata nella sua maestà medievale. Accanto a lei, il poeta Shota Rustaveli, autore del poema cavalleresco Il Cavaliere nella pelle di pantera (Vepkhistqaosani), composto attorno all’anno 1200 d.C. e ancora oggi considerato il capolavoro assoluto della letteratura georgiana. Compaiono anche Ilia Chavchavadze, il patriota e scrittore che nel XIX secolo guidò il rinascimento del nazionalismo georgiano durante il dominio russo, e il Re David IV, detto il Costruttore, che nel XII secolo riunificò il regno e sconfisse i Turchi Selgiuchidi.
Nella fascia superiore, quella più vicina al cielo, le scene si aprono alla vita quotidiana: contadini che raccolgono il grano, cantori di canzoni popolari, scene di semina e di pascolo. Una scelta poetica che pone la gente comune all’apice della narrazione, come coronamento di un affresco storico che non dimentica le radici umane di ogni civiltà.
La croce di vite e la piccola chiesa: i simboli della fede
Accanto ai pilastri, in una posizione di silenzioso dialogo con la monumentalità dell’insieme, si trovano due elementi di straordinaria carica simbolica. Il primo è una replica della croce di vite di Sant’Nino, la missionaria cappadocia che nel IV secolo — secondo la tradizione georgiana — portò il Vangelo in questa terra allora chiamata Iberia. La leggenda narra che Nino intrecciò una croce con rami di vite, legandoli con i propri capelli. Quell’oggetto fragile e umilissimo divenne il simbolo della fede georgiana e uno degli emblemi più riconoscibili della nazione.
Il secondo elemento è una piccola chiesa, dedicata all’Annunciazione della Beata Vergine Maria, che sorge dietro i pilastri con la sua semplicità quasi sprovveduta accanto alla prepotenza delle sculture. Eppure è proprio questo accostamento a rivelare qualcosa di essenziale: la Chronicle of Georgia non è soltanto un monumento civile, è uno spazio sacro. È un luogo dove il confine tra storia e spiritualità si dissolve, perché in Georgia — forse più che altrove — le due cose non sono mai state separate.
Un’opera incompiuta: il silenzio come parte del messaggio
La Chronicle of Georgia non è mai stata terminata. I lavori di costruzione si svolsero in fasi discontinue dal 1985 al 2003, ma il progetto originale prevedeva elementi aggiuntivi — tra cui una rotonda centrale — che non furono mai realizzati. La causa principale fu il crollo dell’Unione Sovietica agli inizi degli anni Novanta, che azzerò i finanziamenti e lasciò il monumento in uno stato di incompiutezza che dura ancora oggi. Tsereteli, che si era nel frattempo trasferito a Mosca, poté lavorarci solo in maniera sporadica. La stessa fonte di finanziamento del progetto — le casse dello Stato sovietico — evaporò nel giro di pochi anni.
Eppure, paradossalmente, questa incompiutezza è diventata parte del fascino del luogo. I pilastri che si ergono senza la loro cornice completa, i margini grezzi dove il bronzo si incontra con la pietra ancora sgrossata: tutto questo conferisce al monumento una qualità brutale e visionaria al tempo stesso, un’estetica che ricorda i cantieri interrotti dei sogni più grandi. L’incompiutezza non è un difetto: è la traccia di una storia che continua a essere scritta.
Zurab Tsereteli: il gigante controverso dell’arte monumentale post-sovietica
Per comprendere la Chronicle of Georgia occorre conoscere il suo autore, una figura tanto celebrata quanto controversa nel panorama dell’arte contemporanea. Zurab Tsereteli — scomparso nel 2025, dopo una vita dedicata alla scultura colossale — fu, per decenni, l’artista di stato per eccellenza, capace di muoversi con disinvoltura tra i corridoi del potere sovietico prima e russo poi. Presidente dell’Accademia Russa delle Arti dal 1997 al 2025, Ambasciatore di buona volontà dell’UNESCO, decorato con la Légion d’honneur francese nel 2010 e con la Medaglia d’oro Picasso dell’UNESCO nel 2007.
Le sue opere spaziano per tre continenti: il Tear of Grief (Lacrima del Dolore) donato agli Stati Uniti in memoria delle vittime dell’11 settembre, e oggi esposto a Bayonne, nel New Jersey; la Birth of the New World, un’imponente scultura in bronzo di 45 metri a Siviglia dedicata a Colombo; il controverso Monumento a Pietro il Grande a Mosca, alto 142 metri. In Georgia, oltre alla Chronicle, firmò la statua dorata di San Giorgio in Piazza della Libertà a Tbilisi, donata alla città in occasione dell’indipendenza.
La sua vicinanza ai circoli del potere russo ha suscitato, negli anni, critiche e perplessità in molti georgiani — specialmente dopo la guerra russo-georgiana del 2008. Eppure la Chronicle of Georgia, realizzata prima che queste fratture divenissero insanabili, resta un’opera di orgoglio innegabilmente nazionale, concepita per celebrare l’identità georgiana, non quella russa.
La vista dal monte Keeni: il panorama come quinta dimensione del monumento
Chi raggiunge la sommità del monte Keeni non trova soltanto i pilastri: trova anche uno dei panorami più straordinari di Tbilisi. Da un lato si distende la città, con i suoi tetti di lamiera, i campanili delle chiese, i palazzi di epoca sovietica e i nuovi edifici che segnano l’orizzonte. Dall’altro lato scintilla il Mare di Tbilisi, il grande lago artificiale costruito negli anni Cinquanta del Novecento per alimentare la città d’acqua: un bacino di oltre twelve chilometri quadrati che al tramonto si tinge di arancio e oro, rispecchiando le stesse tinte dei bassorilievi in bronzo del monumento.
Questo dialogo tra la pietra scolpita e il paesaggio naturale non è accidentale. Tsereteli scelse questa collina anche per la sua posizione strategica: il Monte Keeni domina il quadrante settentrionale della capitale, ed è visibile da chilometri di distanza. Il monumento è, letteralmente, un punto di orientamento, un faro di storia piantato nel paesaggio urbano.
Come visitare la Chronicle of Georgia oggi
La Chronicle of Georgia si trova nel distretto di Nadzaladevi, nella parte settentrionale di Tbilisi, raggiungibile attraverso Unknown Heroes Street. L’ingresso è gratuito e il sito è accessibile in ogni momento della giornata. La stazione della metropolitana più vicina è Grmagele, da cui parte l’autobus numero 60 in direzione del monumento; il tragitto dura circa venti minuti. In alternativa, un taxi dal centro città costa generalmente tra i dieci e i dodici lari georgiani.
Nonostante la sua magnitudine, il sito rimane relativamente poco frequentato rispetto alle attrazioni del centro storico: è raro trovare file o assembramenti, il che rende la visita un’esperienza intima e raccolta. I fotografi, in particolare, apprezzeranno la luce dell’alba e del tramonto, quando i bassorilievi in bronzo si accendono di riflessi caldi e le ombre si insinuano tra le figure scolpite con effetti di straordinaria profondità drammatica.
Non ci sono strutture ricettive sul posto, né bar né servizi igienici: è consigliabile portare acqua, specialmente in estate, e indossare scarpe comode per affrontare la scalinata. Per chi desidera visitare la piccola chiesa, è opportuno portare un foulard.
Un monumento incompiuto per una nazione che non smette di scrivere la propria storia
Alla fine di ogni visita, dopo aver percorso con gli occhi le epoche scolpite nel bronzo — dai profeti biblici ai re medievali, dai santi ai contadini, dal martirio all’epica cavalleresca — si ha la sensazione di aver letto un libro che non ha ancora l’ultima pagina. E forse è questo il messaggio più potente della Chronicle of Georgia: la storia di un popolo non è mai conclusa. Le colonne si ergono incomplete contro il cielo del Caucaso come un invito a continuare a scrivere, a continuare a resistere, a continuare a ricordare.
In Georgia, dove il peso della storia si sente in ogni vicolo di pietra di Tbilisi, ogni filare di vite e ogni canto polifonico che sale dalle vallate, questo monumento incompiuto diventa paradossalmente il più compiuto dei messaggi: un popolo che sa da dove viene non dimentica dove vuole andare.

Curioso per natura, vivo la vita come se non ci fosse un domani.
Appassionato di enogastronomia e viaggi, racconto storie di sapori, tradizioni e culture attraverso itinerari culinari e destinazioni autentiche. Esploro territori, scopro vini, piatti e prodotti locali, condividendo esperienze sensoriali e consigli pratici per viaggiatori enogastronomici. Amo immergermi nelle tradizioni di ogni luogo, catturando l’essenza di culture diverse e facendo emergere il legame tra territorio e gastronomia. Con uno stile vivace e coinvolgente, trasformo ogni racconto in un’esperienza da gustare e vivere, ispirando chi desidera scoprire il mondo attraverso i suoi sapori autentici. Per me, viaggio e cucina sono strumenti di conoscenza e confronto, capaci di unire le persone e arricchire l’anima.


























