Sotto la buccia rossa e tonda che affolla banchi e frigoriferi si nasconde un paese che pochi immaginano: un’Italia fatta di frutti color oro pallido, bacche piccole come ciliegie induritesi al sole salmastro, giganti da tre chili tagliati a fette come una bistecca. Non è un’invenzione letteraria, ma la fotografia di una biodiversità agricola che sopravvive, spesso per un pugno di ettari, dalle campagne del Parmense fino alle colline del Cosentino. Mentre il mercato globale ha imposto varietà standardizzate, resistenti al trasporto e uniformi nella forma, alcuni agricoltori custodi hanno continuato a seminare, anno dopo anno, semi che le loro famiglie coltivavano già un secolo fa.
La biodiversità nascosta del pomodoro italiano
Il pomodoro, va detto subito per chiarezza storica, non è pianta italiana d’origine: arrivò dalle Americhe nel Cinquecento e per decenni fu guardato con sospetto, coltivato più come curiosità ornamentale che come alimento. Fu solo tra Ottocento e Novecento che il frutto conquistò gli orti e le tavole della penisola, trasformandosi in un simbolo identitario capace di adattarsi a climi e terreni fra loro opposti. Da questa lunga acclimatazione sono nate centinaia di ecotipi locali, molti dei quali rischiano oggi l’estinzione perché incompatibili con la raccolta meccanica o poco produttivi rispetto agli ibridi commerciali. Alcuni di questi, tuttavia, sono stati salvati proprio all’ultimo miglio.
Il Riccio di Parma e la sfida della raccolta a mano
Nelle terre rosse della Pedemontana parmense, tra Traversetolo e Felino, cresce ancora il Riccio di Parma, una cultivar che compare nei manuali di agronomia già agli inizi dell’Ottocento e che l’agronomo Carlo Rognoni contribuì a diffondere nella seconda metà del secolo. Il nome deriva dalle solcature irregolari della buccia, accompagnate dalla caratteristica spalla verde attorno al picciolo. Dopo la Seconda guerra mondiale la sua coltivazione entrò in crisi, spazzata via da varietà più adatte all’industria conserviera, ma un’associazione di agricoltori custodi ne ha conservato i semi, riportandolo oggi nei mercati contadini e persino alla fiera internazionale Cibus. La buccia sottile impone ancora una raccolta rigorosamente manuale, un dettaglio che racconta più di ogni statistica quanto lavoro si nasconda dietro un frutto apparentemente semplice.
Il Canestrino di Lucca, il pomodoro che ha rischiato di scomparire
In Toscana, tra i comuni di Lucca, Capannori e Porcari, il Canestrino ha attraversato un destino simile. Riconosciuto Presidio Slow Food dal 2018, deve il proprio nome alla forma costoluta che ricorda un piccolo cesto intrecciato. Per anni la sua coltivazione più delicata e meno produttiva rispetto ai cugini ibridi ne aveva fatto un prodotto di nicchia, tramandato quasi in segreto da chi custodiva i semi in famiglia. Oggi un’associazione di produttori locali lo valorizza attraverso iniziative diffuse sul territorio, mentre le osterie della zona lo inseriscono nei propri menù stagionali, spesso abbinato alla ricotta o alla pasta fatta in casa. È la dimostrazione che la salvaguardia di una varietà passa anche dalla sua presenza reale, viva, in cucina.
Il pomodoro Regina e l’arte pugliese delle ramasole
Lungo la fascia costiera pugliese tra Fasano e Ostuni, nel Parco naturale delle Dune Costiere, si coltiva dalla fine del Settecento il pomodoro Regina, chiamato così per la forma a piccola corona che assume il picciolo. Cresce in terreni irrigati con acqua salmastra, che ispessisce la buccia e regala alla polpa una sapidità inconfondibile, oltre a garantire una conservabilità sorprendente: raccolto in estate, viene intrecciato a mano in grappoli chiamati ramasole, legati con filo di cotone secondo una tecnica tramandata da generazioni di donne fasanesi, e appeso nelle case contadine per essere consumato fino all’inverno inoltrato. Dal 2011 è Presidio Slow Food, un riconoscimento che ha permesso di intrecciare — è il caso di dirlo — tradizione agricola e turismo enogastronomico.
Il gigante rosa di Belmonte e l’eredità di un emigrante
Se in Puglia si punta sulla piccola bacca, in Calabria il record è quello della grandezza. Sulle colline di Belmonte Calabro, in provincia di Cosenza, cresce il pomodoro che porta il nome del borgo: un frutto dal colore rosa acceso che nella varietà Gigante può superare il chilo e mezzo, arrivando eccezionalmente fino a tre chili di peso. La sua storia si intreccia con quella dell’emigrazione italiana: fu Guglielmo Mercurio, tornato dagli Stati Uniti nei primi del Novecento, a portare in paese i semi da cui nacque l’ecotipo. Dal 2003 il pomodoro di Belmonte è l’unico in Italia a fregiarsi della Denominazione Comunale d’Origine, un marchio che ne certifica il legame indissolubile con il territorio. Localmente viene servito tagliato a fette spesse e grigliato, come una vera bistecca vegetale, in un piatto che è ormai simbolo dell’estate cosentina.
Perché queste varietà meritano un posto in tavola
Ciò che accomuna queste cultivar, dal Nord al Sud della penisola, non è soltanto la forma insolita o il sapore fuori dagli standard commerciali, ma la fragilità di un patrimonio genetico che si trasmette di orto in orto, spesso grazie alla caparbietà di poche famiglie. Ogni seme conservato è un piccolo atto di resistenza contro l’appiattimento del gusto imposto dalla grande distribuzione. Riscoprire questi pomodori, cercarli nei mercati contadini o nei presìdi Slow Food, significa sostenere concretamente agricoltori che altrimenti non avrebbero alcun incentivo economico a continuare a coltivarli. È un gesto minimo, quasi invisibile, ma capace di tenere viva una biodiversità che l’Italia, tra le Alpi e il Mediterraneo, non può permettersi di perdere.
Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.
