Uno dei più antichi oggetti che gli studiosi hanno collegato, con cautela, a un possibile uso erotico ha circa 28.000 anni, misura una ventina di centimetri ed è di pietra. Lo hanno ricomposto pezzo dopo pezzo gli archeologi dell’Università di Tubinga: quattordici frammenti di siltite levigata, recuperati nella grotta di Hohle Fels, nel Giura svevo, in Germania. Un oggetto più antico della scrittura e dell’agricoltura, uscito dalla terra dopo millenni con la superficie ancora lucida.

Nessuno può dire con certezza che cosa ne facessero i suoi autori. Il professor Nicholas Conard ha spiegato che la scultura era una rappresentazione simbolica dei genitali maschili e che, in certi momenti, serviva anche per scheggiare la selce: i segni sull’oggetto lo dimostrano. Le dimensioni naturali e la lucidatura accurata hanno spinto qualcuno a ipotizzare un uso erotico. È un’ipotesi, non una prova. E nemmeno l’età è misurata sulla pietra: i ricercatori la stimano dagli altri reperti trovati nello stesso strato di sedimenti.

Il fascino di questa storia sta proprio nell’ambiguità. Da lì in avanti il racconto si divide in due binari: documenti solidi da una parte, leggende ripetute così tante volte da sembrare vere dall’altra. Vale la pena separarli.

Atene, 411 a.C.: lo sciopero del sesso e il conforto di cuoio

Il primo documento scritto su cui si può mettere un dito è una commedia. Nella Lisistrata, portata in scena ad Atene nel 411 a.C., Aristofane immagina le donne greche che rifiutano di andare a letto con i mariti finché gli uomini non fermeranno la guerra del Peloponneso. Una di loro, nelle prime scene, si lamenta di una mancanza ben precisa: da quando i Milesi hanno tradito Atene, non si vede in giro nemmeno un olisbos, il fallo di cuoio, neppure di quelli lunghi otto dita.

Otto dita sono circa dodici centimetri. Il commento del filologo John Henderson, riportato nella traduzione online del lessico bizantino Suda, osserva che sono molto meno dei falli dipinti sui vasi greci: la battuta, forse, è che ad Atene mancava perfino il modello più modesto. Lo stesso lessico ricorda che questi oggetti di pelle venivano associati alle donne di Mileto e alle vedove. Un secolo e mezzo dopo, nel III secolo a.C., il poeta Eronda mette in scena nel sesto mimo due donne che si scambiano indiscrezioni su un artigiano capace di cucire un olisbos a regola d’arte. Nella Grecia antica l’oggetto esisteva, aveva un nome, una patria d’origine e persino un artigiano di fiducia.

India: il Kama Sutra e la scienza del piacere

Più a oriente la prospettiva cambia. Il Kama Sutra, attribuito a Vatsyayana e datato dall’indologa Wendy Doniger alla seconda metà del III secolo d.C., non è il prontuario di posizioni che l’Occidente ha reso popolare. È un trattato che colloca il piacere (kama) accanto ai doveri morali (dharma) e alla prosperità (artha), come una delle tre finalità di una vita ben condotta.

Il testo però non si ferma ai principi. In un capitolo dedicato ai modi di accendere il desiderio compaiono ricette, unguenti e rimedi: la traduzione inglese di Richard Burton, pubblicata nel 1883, cita per esempio oli bolliti con semi e succhi vegetali per accrescere le dimensioni dell’organo maschile. Era una cultura che considerava il piacere una materia da studiare, con tanto di ricettario.

Giappone: le sfere rin no tama

In Giappone esisteva un oggetto che per gli europei ebbe a lungo qualcosa di esotico: il rin no tama, una piccola sfera pensata per l’uso femminile. A descriverlo con dovizia di particolari è l’etnologo Friedrich Krauss nel suo studio Japanisches Geschlechtsleben, che lo definisce il più celebre stimolante femminile del Paese fuori dai confini giapponesi e riporta le istruzioni d’uso illustrate di un libro locale, il Bidō Nichiya Nyohō Ki. Krauss racconta anche che l’oggetto costava parecchio e che per questo circolavano surrogati di ogni genere.

Il contesto è quello di una cultura, l’epoca Edo, in cui l’erotismo era un genere artistico a pieno titolo, come mostra il lavoro dello storico dell’arte Timon Screech sulle immagini erotiche giapponesi tra il 1720 e il 1810. Le “campanelline d’argento legate da un nastro di seta”, invece, che si leggono spesso nelle versioni divulgative, non le ho trovate confermate da fonti affidabili: meglio non ripeterle come fatti.

I marinai e le bambole: la storia che non regge

Esiste poi la leggenda più amata, quella dei marinai. Durante le lunghe traversate, si racconta, gli equipaggi europei cucivano fantocci di stoffa, le dames de voyage, per combattere la solitudine. Sembra perfetta. Peccato che i documenti non si trovino.

Bo Ruberg, nel libro Sex Dolls at Sea (MIT Press), ha cercato le prove di questa tradizione e ha scoperto che l’espressione compare per la prima volta in un racconto del 1893 e si riferiva alle prostitute, non a oggetti. Solo negli anni Venti del Novecento comincia a indicare le bambole. Le prime vere bambole in commercio sono in realtà le femmes en caoutchouc, donne di gomma vulcanizzata gonfiabile, che compaiono verso la fine dell’Ottocento. Anche l’idea che i commercianti olandesi ne abbiano vendute ai giapponesi, da cui l’espressione “Dutch wife” ancora in uso in Giappone, appartiene secondo le ricostruzioni allo stesso filone di origini immaginate.

Il vibratore: nato per i dolori, non per l’isteria

L’ultimo capitolo è il più sorprendente, perché smentisce una versione che molti danno per scontata, complice il film Hysteria del 2011. Secondo quella versione, i medici vittoriani avrebbero inventato il vibratore per procurare l’orgasmo alle pazienti diagnosticate come isteriche e liberarsi dalla fatica delle mani.

Le cose, stando alle ricerche più recenti, sono andate diversamente. Il vibratore elettromeccanico è opera del medico britannico Joseph Mortimer Granville, nei primi anni Ottanta dell’Ottocento, che lo concepì per trattare dolori, disturbi della colonna vertebrale e perfino la sordità, e che nei suoi scritti lo usa su pazienti uomini. La tesi dell’isteria nasce dal libro The Technology of Orgasm di Rachel Maines (1999). Nel 2018 gli studiosi Hallie Lieberman ed Eric Schatzberg hanno riletto le fonti citate e hanno concluso che non esistono prove solide di medici che lo usassero a quello scopo. Il passaggio all’uso sessuale arriva più tardi, con la pubblicità: un annuncio del 1903, ricordano Maines e Lieberman, propone un “vibratore sessuale” per uomini e donne.

Lieberman fa notare un’altra cosa: il mito dell’isteria piace perché racconta una storia lineare, dalla repressione alla liberazione. Dice più di noi che dei vittoriani. Ci rassicura credere di essere gli eredi di un passato rigido da cui ci siamo emancipati, mentre le fonti mostrano un passato più disordinato, fatto di oggetti di cuoio, ricette sanscrite, sfere giapponesi e bugie ripetute con convinzione. Quante delle storie sul piacere che consideriamo vere, allora, ci sono state raccontate solo perché fanno comodo?