Per uno psicologo della musica, il brano che rende più allegri è uscito nell’ottobre del 1966 ed è costato sette mesi di lavoro in studio. Si chiama “Good vibrations”, l’ha incisa Brian Wilson con i Beach Boys, e nel 2023 Michael Bonshor, dell’Università di Sheffield, l’ha messa al primo posto di una classifica costruita con una formula di sua invenzione. Dietro di lei ci sono James Brown, i Madness e P!nk.
Una formula con tonalità maggiore e 137 battiti
La ricetta di Bonshor è fatta di ingredienti che chiunque sappia battere il piede riconosce al volo. Tonalità maggiore, circa 137 battiti al minuto, quattro movimenti per battuta con un ritmo ben marcato, una struttura che alterna strofa e ritornello, un’introduzione breve, un riff che si ripete e un volume alto. A questo si aggiungono gli accordi di settima, che hanno una nota in più rispetto a quelli semplici. Secondo il ricercatore, quella nota aggiuntiva regala un senso di tensione musicale seguita dal sollievo.
Dopo “Good vibrations” la classifica prosegue con “I got you (I feel good)” di James Brown, “House of fun” dei Madness e “Get the party started” di P!nk. Seguono Billy Joel, Bob Marley, un altro brano dei Beach Boys, i Village People, gli ABBA e gli Earth, Wind & Fire.
Va detto che la ricerca è stata commissionata da un marchio di yogurt, Müllerlight, che ha anche condotto un sondaggio su 2.000 adulti: il 32% ha dichiarato di ascoltare musica ogni giorno per migliorare l’umore. E c’è un dettaglio che fa sorridere. Quando è stato chiesto loro di indicare le canzoni preferite per l’allegria, gli intervistati hanno citato “Dancing queen”, “Don’t stop me now” e “Walking on sunshine”, nessuna delle quali compare nella top ten della formula. I gusti, insomma, non seguono sempre i calcoli.
Sette mesi di nastri tagliati e incollati
La storia vera di “Good vibrations” comincia molto prima, in uno studio di Los Angeles. Le prime registrazioni risalgono al febbraio del 1966, ai Gold Star Studios, e l’ultima sessione si tiene il 21 settembre. Nel mezzo Wilson lavora in più studi della città, mentre rifinisce Pet Sounds e registra materiale per Smile, un album poi abbandonato. Le fonti non concordano sul numero esatto di sessioni, tra le diciassette e le venti, ma convergono su un dato: oltre novanta ore di materiale ridotte a tre minuti e trentacinque secondi.
Wilson non incide il pezzo dall’inizio alla fine. Lo costruisce a frammenti, come se fossero mattoncini, registrando ogni sezione in momenti e luoghi diversi e montando i nastri con le forbici. Era la prima volta che Wilson usava questo metodo, e avrebbe influenzato generazioni di musicisti. Le sezioni si riempiono di strumenti insoliti: violoncello, armonica, organo Hammond, clavicembalo, uno scacciapensieri e un Electro-Theremin suonato dal suo stesso inventore, Paul Tanner. Quanto sia costato tutto questo resta una questione aperta. Le cifre che circolano vanno da circa 16 mila a 50 mila dollari, perché nessuno ha mai tenuto un conto pulito di sessioni e studi.
L’idea di partenza, racconta la tradizione, risale all’infanzia di Wilson, quando la madre gli spiegò il concetto di “vibrazioni”. Il testo lo scrive il cugino Mike Love.
Dal primo posto americano a quello britannico
Il singolo esce il 10 ottobre 1966. Il 10 dicembre arriva al primo posto della classifica Billboard Hot 100, e in Gran Bretagna conquista la vetta. Wilson ha raccontato di aver pianto a dirotto la prima volta che la sentì alla radio. Il brano trovò posto in un album solo nel 1967, in Smiley smile, contro la volontà del suo autore. Brian Wilson è morto nel giugno del 2025.
Il cervello e l’attesa del ritornello
Perché una canzone ben riuscita ci fa stare meglio? Una risposta arriva da un esperimento del 2011 pubblicato su Nature Neuroscience dai ricercatori dell’Università McGill di Montréal, guidati da Valorie Salimpoor e Robert Zatorre. Otto volontari ascoltano nel macchinario della PET i loro brani preferiti, scelti perché provocano i brividi. Il cervello libera dopamina, la sostanza legata al piacere e alla ricompensa, e lo fa in due momenti distinti: nei quindici secondi che precedono il passaggio più emozionante e poi nel momento stesso in cui arriva.
Lo studio usava musica strumentale e non misurava la felicità secondo la formula di Bonshor, quindi non la conferma né la smentisce. Dice però qualcosa di prezioso: anche l’attesa del momento migliore accende il sistema della ricompensa. Una canzone che gioca con tensione e sollievo, con un riff che torna e una sorpresa che non ti aspettavi, parla a un meccanismo molto più antico di qualsiasi classifica.
Resta una domanda che nessuna formula può chiudere al posto vostro. Qual è il brano che vi fa partire un sorriso prima ancora del ritornello? Probabilmente non sta in nessuna top ten, e forse è proprio questo il suo segreto.Titolo accattivanteGood vibrations, novanta ore di nastro per tre minuti di felicitàMeta descrizioneUna formula dell’Università di Sheffield mette “Good vibrations” dei Beach Boys in cima alle canzoni più allegre. Dietro, sette mesi di studio e la dopamina.Frase chiavecanzone più felice Good vibrations

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