Vienna, metà del Settecento. Le corti d’Europa si contendono i favori di un artista prodigioso. Franz Xaver Messerschmidt è il nome che circola nei saloni nobiliari, il genio la cui mano trasforma il marmo e il metallo in volti di straordinaria grazia. Poi, silenziosamente, qualcosa si incrina. E dall’incrinatura emerge qualcosa di inatteso: un’opera che sfida il tempo, la psicologia e la storia dell’arte.

Da favorito delle corti all’isolamento: la caduta di un genio

Nato il 6 febbraio 1736 a Wiesensteig, in Svevia, Messerschmidt cresce immerso nell’arte. I suoi zii, Johann Baptist e Philipp Jakob Straub, sono scultori affermati: è nelle loro botteghe che il giovane Franz affina la tecnica, prima a Monaco, poi a Graz. Entra quindi all’Accademia delle Arti di Vienna, dove la sua carriera sale con la stessa inesorabilità di un astro in ascesa. Diventa insegnante stimato, scultore prediletto della corte imperiale, candidato naturale alla cattedra di scultura dell’Accademia.

E poi, senza preavviso, la macchina si inceppa. A metà degli anni Settanta del Settecento, Messerschmidt viene messo a riposo forzato con la giustificazione ufficiale di una “confusione mentale”. Perde la cattedra. Perde il favore. Lascia Vienna. Torna prima nella città natale, poi si trasferisce a Pressburg — l’odierna Bratislava — dove trascorrerà gli ultimi anni della sua vita in un isolamento sempre più cupo, interrotto solo da rare commissioni e da un’ossessione divorante.

Lo specchio come campo di battaglia

Cosa accade in quegli anni di ritiro? La testimonianza più preziosa — e più ambigua — ce la lascia Friedrich Nicolai, intellettuale e libraio berlinese, che visita Messerschmidt nel 1781. Il resoconto di quella visita, pubblicato postumo, è un documento straordinario: l’artista racconta a Nicolai di essere tormentato da uno “Spirito della Proporzione”, un’entità malefica che lo perseguita, lo punge, gli infligge dolori fisici. Per difendersi, Messerschmidt ha sviluppato un rituale: si mette davanti allo specchio, deforma il proprio viso in smorfie sempre più estreme, e poi corre allo studio a immortalare quell’espressione nella pietra o nel metallo. Come se la scultura fosse un esorcismo.

Da questo rito nascono le “Teste di carattere” (Charakterköpfe): 69 busti — di cui oggi sopravvivono 54 — che ritraggono volti umani in stati di tensione emotiva portati all’estremo. Rabbia, disgusto, paura, dolore, estasi, risata convulsa: ogni pezzo è un mondo a sé, eppure tutti parlano la stessa lingua febbricitante. I titoli con cui furono poi catalogati — L’incapace fagottista afflitto da stitichezza, Il brontolone, Lo stupido per eccellenza — tentano di imbrigliare l’inafferrabile, con risultati spesso tragicomici.

Follia o metodo? Il dibattito che dura da secoli

La domanda che gli storici dell’arte e gli psicologi si pongono da oltre due secoli è semplice nella forma e abissale nel contenuto: Messerschmidt stava documentando la propria malattia mentale, o stava conducendo un’indagine sistematica sull’espressività umana?

Le due interpretazioni non si escludono necessariamente. Nel Settecento, la rappresentazione delle emozioni era un tema centrale nel dibattito artistico e scientifico europeo. Charles Le Brun aveva codificato le passioni in tavole anatomiche; la fisiognomica di Johann Caspar Lavater cercava di leggere il carattere nei lineamenti del volto. Messerschmidt, come insegnante d’accademia, conosceva certamente questi studi. Ed è documentato che era amico intimo di Franz Anton Mesmer, il medico precursore della psicoterapia, nelle cui sessioni aveva probabilmente osservato emozioni estreme sul volto dei pazienti.

Allo stesso tempo, le testimonianze dei contemporanei descrivono un uomo che soffriva — di allucinazioni, di dolori fisici cronici (alcuni studiosi moderni ipotizzano il morbo di Crohn), di una paranoia che lo spingeva a interpretare ogni evento come una persecuzione soprannaturale. Le smorfie erano un rituale apotropaico prima ancora che un programma artistico.

Il caso clinico che affascinò Freud e l’Espressionismo

Quando Messerschmidt morì nel 1783, i necrologi viennesi glissarono pudicamente sulla sua ossessione per le smorfie. Per un secolo, le Teste di carattere furono relegate al rango di curiosità: esposte prima postumamente nel 1793, poi nel parco dei divertimenti del Prater di Vienna, dove i visitatori potevano persino acquistarne copie in cera e gesso.

La rivalutazione arrivò a cavallo tra Otto e Novecento, e non fu casuale. La collezionista Berta Zuckerkandl, mecenate di Gustav Klimt e punto di riferimento dell’avanguardia viennese, acquistò due delle Teste di carattere, introducendole nell’orbita culturale che avrebbe generato la Secessione Viennese e il Wiener Werkstätte. Oskar Kokoschka citò esplicitamente Messerschmidt come riferimento. Egon Schiele ne assorbì l’intensità psicologica. L’Espressionismo aveva trovato un antenato del Settecento.

Nel frattempo, la nascente psicanalisi guardava a Messerschmidt con interesse clinico. Il suo caso diventò un banco di prova per le nuove teorie sull’inconscio, sull’autoflagellazione simbolica, sul rapporto tra creatività e sofferenza psichica. L’artista che cercava di esorcizzare i demoni davanti allo specchio si trasformava nel soggetto ideale per chi studiava i meccanismi della mente.

Cinquantaquattro facce nei musei del mondo

Oggi le Teste di carattere sopravvissute sono distribuite tra i maggiori musei del mondo. Sedici si trovano al Belvedere di Vienna, esposte insieme contro una parete di velluto rosso, in un allestimento che amplifica la loro carica perturbante. Altre sono al J. Paul Getty Museum di Los Angeles, al Metropolitan Museum of Art di New York, al Museo di Belle Arti di Budapest.

Guardarle oggi, a distanza di quasi 250 anni, è un’esperienza disorientante. Non c’è traccia della grazia neoclassica che pure Messerschmidt sapeva padroneggiare. Quello che rimane è qualcosa di più antico e più vero: il volto umano portato al limite di se stesso, là dove la maschera sociale cade e rimane solo la tensione nuda del muscolo contro l’osso. Il Vexed Man strizza gli occhi con un’intensità che brucia. The Hanged porta sul volto un’espressione che potrebbe essere agonia o sollievo. The Yawner spalanca la bocca in qualcosa che non è affatto uno sbadiglio.

L’ambiguità è tutto. Ed è, probabilmente, l’unica risposta onesta alla domanda originaria: Messerschmidt non stava ritraendo la follia, né conducendo un freddo esperimento scientifico. Stava facendo entrambe le cose insieme, nel solo spazio in cui le due attività si sovrappongono senza distruggersi: l’arte.

Un precursore scomodo, finalmente riconosciuto

La storia di Messerschmidt è anche la storia di come l’arte cosiddetta “marginale” — prodotta ai bordi della ragione, lontano dai centri del potere culturale — impieghi secoli a essere riconosciuta per quello che è. Non un fenomeno da baraccone, non un documento psichiatrico, ma un contributo fondamentale alla comprensione dell’esperienza umana.

L’artista che aveva perso tutto — la cattedra, la corte, la salute mentale — aveva guadagnato qualcosa di molto più duraturo: un posto nella storia dell’arte come pioniere dell’introspezione psicologica, come anello di congiunzione tra il Barocco e l’Espressionismo, come uomo che aveva trasformato la propria battaglia interiore in un monumento alla complessità del sentire.

Forse è questo il paradosso definitivo di Franz Xaver Messerschmidt: che il momento in cui ha smesso di fare l’arte che gli altri si aspettavano è stato il momento in cui ha iniziato a fare l’unica arte che importa davvero.