C’è qualcosa di profondamente umano nel bisogno di costruire luoghi dove la bellezza venga custodita, raccontata, condivisa. Nel 2026, questo impulso si manifesta con una potenza rara: da Abu Dhabi a Memphis, da Londra a Tokyo, nove istituzioni museali aprono i battenti per ridefinire il rapporto tra arte, architettura e pubblico. Non si tratta soltanto di nuovi edifici. Si tratta di nuovi modi di immaginare cosa può essere un museo nel ventunesimo secolo — chi include, quali storie racconta, come abita il territorio che lo circonda. Questo è l’anno in cui la cultura fisica reclama il proprio spazio nel mondo.

Guggenheim Abu Dhabi: vent’anni di attesa per il capolavoro postumo di Gehry

Ci sono progetti che diventano leggenda prima ancora di essere completati. Il Guggenheim Abu Dhabi è uno di questi. Annunciato nel 2006 sull’isola artificiale di Saadiyat, rimandato più volte, ridisegnato nella storia prima ancora che nell’acciaio, il museo firmato da Frank Gehry — scomparso nel 2024, senza vedere l’apertura della sua opera più grande — è atteso per il 2026, vent’anni dopo la firma del contratto originale. È il progetto più ambizioso della carriera del maestro canadese, e anche il più malinconico nella sua relazione con il tempo.

L’edificio, con una superficie lorda di 80.000 metri quadrati, sarà il più grande dei musei Guggenheim al mondo, superando quelli di New York, Bilbao e Venezia. La struttura trae ispirazione dall’architettura tradizionale del Golfo: i coni asimmetrici che caratterizzano l’esterno reinterpretano il burjeel, la torre del vento tipica degli Emirati, mentre gli spazi aperti rimandano all’arish, la casa in foglie di palma. Vista dall’esterno, la sagoma dell’edificio evoca un accatastamento di coni e cubi, come legna da fuoco impilata — un riferimento simbolico alla tradizione beduina del racconto intorno al fuoco. Circondato per tre lati dal Golfo Persico, il museo avrà 30 gallerie per un totale di 11.600 metri quadrati di spazio espositivo interno, più 23.000 metri quadrati di spazi all’aperto su terrazze, piazze e atri.

La collezione permanente, in costruzione da oltre dodici anni, conta più di 970 opere di 429 artisti provenienti da oltre 70 paesi, con una particolare attenzione all’Asia Occidentale, all’Africa del Nord e all’Asia del Sud. Il museo abbraccia tutto il periodo compreso tra il 1960 e il presente, posizionandosi come il principale museo di arte moderna e contemporanea a livello globale con uno sguardo orientato verso Sud. Nel Distretto Culturale di Saadiyat — dove già operano il Louvre Abu Dhabi, il TeamLab Phenomena e il Zayed National Museum — il Guggenheim completa una costellazione architettonica senza precedenti nel mondo arabo.

Suzhou MoCA: dodici padiglioni e l’architettura come giardino cinese contemporaneo

A circa cento chilometri da Shanghai, nella città di Suzhou — celebre per i suoi giardini imperiali e i suoi canali —, il Museum of Contemporary Art progettato da BIG (Bjarke Ingels Group) è destinato a diventare uno dei luoghi più fotografati d’Asia. Atteso per il 2026 dopo il completamento della costruzione nel 2025, il museo trae la propria grammatica architettonica proprio dai giardini classici cinesi, traducendo in linguaggio contemporaneo i concetti spaziali della tradizione locale.

Il complesso, che si estende per 60.000 metri quadrati, è concepito come un insieme di 12 padiglioni collegati da gallerie vetrate e colonnati, disposti intorno a cortili scultorei che intrecciano architettura e natura in un dialogo continuo. Quattro grandi padiglioni ospitano le gallerie principali, mentre gli altri otto accolgono spazi d’ingresso, un teatro, aree polifunzionali e un ristorante. Il tutto è unificato da un tetto continuo ispirato alle tegole curve dell’edilizia tradizionale cinese. Il rivestimento in acciaio inossidabile dalle tonalità calde e in vetro ondulato riflette il cielo, l’acqua e i giardini circostanti, facendo del museo un elemento del paesaggio piuttosto che un’intrusione in esso. La mostra inaugurale si chiama Materialism, curata dallo stesso Bjarke Ingels, e promette di interrogare il rapporto tra materia, forma e significato culturale.

MoN Takanawa: Tokyo incontra il futuro in un museo delle narrazioni

Quando a marzo 2026 aprirà il MoN Takanawa: The Museum of Narratives nella capitale giapponese, il visitatore troverà qualcosa di difficile da categorizzare secondo i canoni tradizionali. Situato accanto alla nuovissima Stazione di Takanawa Gateway, parte del grande progetto di riqualificazione urbana Takanawa Gateway City, il museo è una struttura di sei piani fuori terra e tre piani sotterranei che sfida ogni definizione convenzionale di museo.

Il MoN Takanawa non separa le discipline: qui il teatro Kabuki dialoga con il manga, la gastronomia tradizionale si confronta con la tecnologia immersiva, la cultura popolare convive con le arti performative. Ogni sei mesi, il museo rinnoverà interamente il suo tema stagionale. Il primo, Life as Culture, esplora come le azioni quotidiane — mangiare, lavorare, riposare — costruiscano e mantengano la civiltà. Al quinto piano, uno spazio espositivo da 1.500 metri quadrati ospita eventi stagionali su grande scala. Al terzo piano interrato, un teatro dotato di pareti completamente rivestite in pannelli LED accoglie fino a 1.200 spettatori seduti e 2.000 in piedi. Al secondo piano, uno spazio sperimentale di 300 metri quadrati con pareti retrattili ospita proiezioni, serate e attività workshop. Il museo è pensato per essere vissuto, non solo visitato.

Obama Presidential Center: Chicago e il museo che reimmagina la presidenza come comunità

Nella storia delle biblioteche presidenziali americane, non esiste precedente per quello che aprirà a giugno 2026 nel Jackson Park di Chicago. L’Obama Presidential Center, progettato dallo studio Tod Williams Billie Tsien Architects con il paesaggista Michael Van Valkenburgh, è qualcosa di più e di diverso rispetto a tutti i centri presidenziali che l’hanno preceduto: è la prima biblioteca presidenziale completamente digitale della storia degli Stati Uniti. I documenti dell’era Obama non sono fisicamente presenti nell’edificio, ma accessibili in formato digitale da un archivio esterno.

Il campus, che si estende su 19 ettari, è costato circa 850 milioni di dollari — rendendolo il centro presidenziale più costoso mai costruito. Al suo centro si erge una torre di 68 metri, rivestita in granito, con la facciata incisa con le parole del discorso di Obama del 2015 a Selma, Alabama, per il cinquantesimo anniversario delle marce per i diritti civili. La torre ospita una sala di lettura, spazi espositivi con un’installazione immersiva dedicata alla Casa Bianca, e una finestra in vetro colorato alta 25 metri realizzata dall’artista Julie Mehretu. Un campo da basket di dimensioni NBA — tributo alla passione dello stesso Obama per lo sport — è il punto focale dell’Home Court, il centro atletico e comunitario del campus. Il progetto, a lungo discusso da associazioni di quartiere per il rischio di gentrificazione, ha infine ottenuto il sostegno della comunità dopo l’approvazione di un’ordinanza municipale a tutela dell’housing accessibile nell’area circostante.

Lucas Museum of Narrative Art: l’arte popolare trova finalmente la sua casa a Los Angeles

Il 22 settembre 2026, dopo più di un decennio di falsi avvii, città cambiate e budget lievitati, il Lucas Museum of Narrative Art aprirà i battenti nell’Exposition Park di Los Angeles. Fondato dal regista George Lucas — il creatore di Star Wars — e dalla moglie Mellody Hobson, il museo è il risultato di una visione tenace e controversa: l’arte narrativa, quella delle illustrazioni, dei fumetti, dei murales, della fotografia documentaristica, delle immagini cinematografiche, merita uno spazio sacro quanto qualsiasi opera pittorica dei grandi musei enciclopedici.

L’edificio è stato progettato da Ma Yansong dello studio MAD Architects, e il paesaggio circostante è firmato da Mia Lehrer di Studio-MLA. La struttura si eleva come una nuvola di cemento sopra un parco di 11 ettari di nuovi spazi pubblici, creando zone d’ombra al livello del suolo attraverso la propria forma sospesa. Trentacinque gallerie distribuite su 100.000 piedi quadrati sono organizzate non per cronologia o medium, ma per temi dell’esperienza umana: amore, famiglia, lavoro, gioco, sport, infanzia, avventura. La collezione permanente, che conta oltre 40.000 opere, è una delle più ricche e inaspettate del mondo: vi convivono Frida Kahlo e Norman Rockwell, Diego Rivera e Jack Kirby, Gordon Parks e Beatrix Potter. Il museo custodisce anche il Separate Cinema Archive, una raccolta di 37.000 oggetti sulla storia del cinema afroamericano dal 1904 a oggi. “Storie, mitologia, qualsiasi tipo di racconto scritto per emozionare le persone e costruire comunità è fondamentale per la società,” ha dichiarato Lucas. “L’arte illustra quella storia.”

New Museum: il Bowery si raddoppia grazie a OMA e Rem Koolhaas

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Nel cuore della Lower East Side di Manhattan, lungo quel Bowery che ha visto passare decenni di arte d’avanguardia, il New Museum riaprirà il 21 marzo 2026 con un’espansione che ha raddoppiato la propria superficie espositiva. La nuova ala, progettata da OMA — lo studio di Rem Koolhaas e Shohei Shigematsu — in collaborazione con Corgan, aggiunge 60.000 piedi quadrati al museo che si trova nell’edificio originale progettato da SANAA nel 2007.

La nuova struttura si integra con quella esistente mantenendo un’espressione esterna distinta, mentre internamente i piani si connettono senza soluzione di continuità attraverso un Atrium Stair e tre ascensori. Il settimo piano ospita uno Sky Room ampliato con viste panoramiche sulla città; il piano terra accoglie un lobby più ampio, una libreria estesa e un ristorante progettato da Shigematsu. Tra le novità strutturali, uno spazio Forum da 74 posti per eventi pubblici, studi dedicati agli artisti in residenza e una nuova sede per NEW INC, l’incubatore culturale del museo. La mostra inaugurale, New Humans, indaga la definizione stessa di umanità attraverso la tecnologia, la memoria e l’identità. Il weekend d’apertura, 21 e 22 marzo, è stato ad ingresso gratuito, segnalando la volontà dell’istituzione di abbattere le barriere di accesso.

David Geffen Galleries at LACMA: Peter Zumthor sospende l’arte sulla Wilshire Boulevard

Ci sono edifici che non si limitano a contenere l’arte: la diventano. Il nuovo edificio delle David Geffen Galleries al Los Angeles County Museum of Art, che aprirà il 19 aprile 2026, è uno di questi. Progettato dal Premio Pritzker Peter Zumthor, la struttura è una colata di cemento fluida lunga 274 metri che si estende sopra la Wilshire Boulevard, sfidando la gravità e l’abitudine. Qualcuno l’ha paragonata all’architettura organica di John Lautner; altri a un cavalcavia; lo stesso Zumthor ha dichiarato di essersi ispirato al modernismo brasiliano di Oscar Niemeyer.

L’edificio ospita 110.000 piedi quadrati di spazio espositivo, capace di mostrare tra 2.500 e 3.000 oggetti dalla collezione del museo in qualsiasi momento. La curatela dell’installazione inaugurale, elaborata da 45 curatori, abbraccia 6.000 anni di storia dell’arte con una tesi anti-gerarchica: opere di tutte le culture e tutti i periodi sono presentate sullo stesso livello, senza percorsi prestabiliti, privilegiando idee di migrazione e interconnessione. In mostra: The Magdalen with the Smoking Flame di Georges de La Tour (c.1635-37), La Gerbe di Henri Matisse (1953), Three Studies of Lucian Freud di Francis Bacon (1969) e Tarascon Stagecoach di Vincent van Gogh (1888). Il dono da 150 milioni di dollari di David Geffen ha dato nome all’edificio; il costo complessivo si avvicina ai 720 milioni di dollari. Al livello del suolo, il museo ha restituito alla città 3,5 acri di spazio pubblico, trasformando un parcheggio in parco vivente.

V&A East: Londra rinasce a Stratford con il museo che le Olimpiadi avevano promesso

musei che aprono nel 2026 nel mondo, I 9 musei più attesi del 2026: da Abu Dhabi a Memphis, l’architettura incontra l’arte

Nel quartiere di Stratford, nell’est di Londra, il 18 aprile 2026 aprirà un museo che è anche il compimento di una promessa fatta quattordici anni fa. Il V&A East Museum, progettato dallo studio irlandese O’Donnell & Tuomey in un edificio dall’aspetto angolare che si distingue nettamente dalla vicina V&A East Storehouse (aperta nel 2025), è la nuova sede del Victoria and Albert Museum nel distretto culturale dell’East Bank, nato come legacy delle Olimpiadi di Londra 2012 nel Queen Elizabeth Olympic Park.

Il museo di 7.000 metri quadrati propone due gallerie permanenti gratuite chiamate Why We Make, con oltre 500 oggetti dalla collezione del V&A che spaziano attraverso arte globale, architettura, design, moda e performance. Tra gli oggetti esposti: i costumi da balletto di Leigh Bowery e Mr Pearl per la produzione di Michael Clark Company del 1987, e il modello di scena di Derek Jarman per il Don Giovanni al Sadler’s Wells. La mostra inaugurale è The Music is Black: A British Story, che esplora l’impatto della musica afroamericana e afro-britannica sulla cultura del Regno Unito dal 1900 ai giorni nostri, attraverso oltre 200 oggetti distribuiti in quattro sezioni tematiche. Uno dei musei più attesi di Londra degli ultimi anni si distingue anche per la sua vocazione comunitaria, in risposta alle dinamiche di esclusione culturale che storicamente hanno penalizzato l’est della capitale.

Memphis Art Museum: Herzog & de Meuron costruisce sul fiume l’identità di una città

A dicembre 2026, nel centro storico di Memphis, Tennessee, lungo le rive del Mississippi, aprirà quello che è forse il progetto più carico di significato civico dell’intera lista. Il Memphis Art Museum — che porta a compimento la trasformazione del Memphis Brooks Museum of Art, il più antico e grande museo del Tennessee con una collezione di oltre 10.000 opere — è un’opera dello studio Herzog & de Meuron, i maestri svizzeri che hanno già firmato la Tate Modern di Londra e l’Allianz Arena di Monaco.

Il nuovo edificio da 122.000 piedi quadrati si presenta come due elementi primari: un padiglione galleria e una scarpata ricostruita che funge da base inclinata, connettendo simbolicamente il centro urbano al fiume. La facciata in cotto richiama i toni caldi dell’argilla esposta lungo il Mississippi, mentre le strutture interne in legno creano calore e accoglienza. L’ampliamento garantisce un 50% in più di spazio espositivo rispetto al museo precedente e una quantità di spazio pubblico gratuito sei volte superiore. Al livello della strada si apre un cortile comunitario da 10.000 piedi quadrati, mentre una terrazza-giardino per sculture da 50.000 piedi quadrati corona l’edificio. Memphis — città dell’anima, del blues, del rock and roll, delle lotte per i diritti civili — ottiene finalmente un museo che racconta la sua complessità senza filtri.

Un anno che ridisegna la geografia culturale del mondo

Guardando questi nove musei nell’insieme, emerge un disegno che va oltre la somma delle parti. Non si tratta semplicemente di nuovi edifici da ammirare, anche se le firme architettoniche in gioco — Gehry, Zumthor, OMA, MAD, BIG, Herzog & de Meuron, Williams & Tsien, O’Donnell & Tuomey — basterebbero da sole a giustificare un giro del mondo. Si tratta di una ridefinizione profonda di cosa significa accesso alla cultura: musei che aprono spazio pubblico gratuito in città, che organizzano collezioni per temi umani anziché per geografie di potere, che commissionano opere agli artisti locali per parlare alle comunità che li ospitano.

Il 2026 è anche l’anno in cui le grandi istituzioni museali — il Guggenheim, il V&A, il LACMA — presentano progetti di espansione o nuove sedi che hanno richiesto decenni di gestazione. La cultura, come l’architettura, ha i suoi tempi lunghi. E quando finalmente si materializza, cambia il modo in cui viviamo gli spazi, le città, le storie. In quest’anno che si apre davanti a noi come un corridoio di porte, ci sono almeno nove ragioni per attraversarle.