Al cinema dal 30 dicembre il fantasy di Spielberg dal soggetto di Roal Dahl. Il grande gigante gentile è una favola che con la Amblin e la DreamWorks ha trovato buona intesa.

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Sophie durante una fredda notte intravede dalla finestra la sagoma di un grosso gigante che, consapevole d’essere stato scoperto, rapisce la piccola dalla sua stanza dell’orfanotrofio per portarla nella terra dei giganti. Qui la piccola Sophie scopre la bontà di GGG, la fame e la cattiveria degli altri giganti e l’importanza dei sogni.

Le traduzioni cinematografiche delle storie di Dahl hanno avuto sempre molta fortuna negli anni passati, vedi “Matilda sei mitica” e “La fabbrica di cioccolato” ad esempio. Dopo la pausa chiamata Il ponte delle spie, Spielberg torna con un film d’animazione, presentato a Cannes dove ha riscosso buoni pareri dalla critica e dal pubblico.

La premessa è che Dahl ha scritto qualcosa di meglio che Il grande gigante buono. Le pecche del film in questione vanno quindi ricercate nel testo, non nell’operato di Spielberg. Se al termine della proiezione è mancato qualcosa, ecco, il vecchio Steven non centra nulla.

Dal canto suo il regista fa bene il suo mestiere. Ottime le animazioni digitali che restituiscono una bella ambientazione fantasy fatta di alberi, sogni colorati come lucciole e case incastonate nelle rocce. E poi ci sono loro, Sophie e il grande gigante gentile, due personaggi sia diversi che simili. Qualche volta insopportabile la giovanissima Ruby Barnhill e il suo aristocratico accento british che fa sfigurare il povero gigante , non proprio analfabeta, che inverte parole a caso o sbaglia consonanti. Lui, al contrario, accattiva ben bene l’empatia dello spettatore. Si, è grande e gentile, innocuo, generoso quando nella notte distribuisce i sogni a grandi e bambini. Ha anche il senso del “poi”, lo capiamo quando con uno sguardo rabbuiato parla di un brutto incubo e del peso del pentimento. Al contrario del simpatico e vegetariano gigante, i suoi amici carnivori sono burberi e sempre affamati. Dormono di continuo e quando si svegliano tormentano il povero “gentile”, ritenendolo un insulto per la razza intera.

Spielberg ha sentito il bisogno di tornare alla favola, quella genuina, che sa istruire e intenerire il pubblico. Scalpita questa volta il tema dell’esclusione sociale, l’individualismo debole che va frantumato al cospetto di una buona e sincera amicizia. Oltre la lotta contro i soprusi dei più forti e l’importanza dei sogni, interessante sottolineatura è la richiesta di aiuto quando con le proprie mani si è impotenti, senza vergogna o timore, proprio come GGG quando si presenta alla corte della regina d’Inghilterra.

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