Questa non è una cena familiare come le altre. The Dinner, adattamento cinematografico del romanzo di Herman Koch e diretto da Oren Moverman è quasi un capolavoro. In sala giovedì 18 maggio.

Stan Lohman, membro del congresso in corsa per la carica di governatore, accompagnato da sua moglie Katelyn, invita a cena in uno dei ristoranti più lussuosi della città suo fratello Paul e la moglie Claire. Una normale riunione familiare si rivela l’occasione perfetta per discutere l’orribile omicidio impunito dei rispettivi figli.

Già Ivano De Matteo si era avvicinato al testo di Koch per il suo “I nostri ragazzi”. In The Dinner sembra emergere anche l’ombra polanskiana di “Carnage”. Moverman non si mostra solo bravo nel rielaborare il tutto, mescolare il già visto e il già scritto ad una buona tecnica registica. Moverman salta elegantemente l’ombra del replicatore.

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La corretta premessa da fare è un elogio allo scritto di Koch, materiale altamente prolifico, masticabile all’infinito, intrinsecamente riflessivo sulla natura umana; un dipinto contemporaneo della società americana , quella borghese per lo meno. Insomma, è lui ad aver fatto già tre quarti del lavoro, sia per il film di De Matteo che per questa nuova pellicola di Moverman.

Ma ogni mente poi, come sappiamo, traccia la propria strada e manipola il cubo dalle facce colorate in mille diversi modi. Per fortuna la strada non è unica.

Il crocevia su cui il regista israeliano si è soffermato lo ha condotto verso un rimescolamento delle carte in tavola che trova la propria originalità nella costituzione del personaggio predominante, Paul, che all’interno del rettangolo dato dalle due coppie si fa portavoce di se stesso. I problemi mentali di Paul, i suoi disturbi della personalità, fanno di lui un grande estraneo nella vicenda. Atto dopo atto, ognuno scandito dalle diverse portate del lussuoso ristorante, si procede in avanti ma a fatica. Se da una parte costanti flashback raccontano la raccapricciante storia dei due ragazzini che hanno dato fuoco ad una senzatetto, dall’altra c’è molta difficoltà nel fare chiarezza e prendere una decisione sul da farsi. E se per almeno per un paio di atti non succede nulla ( e che nulla) la dinamicità prorompente del dramma dato dalla dialettica “protezione per i propri figli e senso di giustizia “ non ne risulta scalfita. Le due donne a cena sembrano agire con maggiore potenza rispetto agli uomini. L’unico imperativo è fare il proprio interesse. Dove la prima cerca di salvare suo figlio contro tutto e tutti, l’altra vuole salvare la carriera di suo marito e la propria figura di moglie del governatore. Stan, immerso nel mare polveroso della politica, non ha smarrito il suo senso etico e morale. Sa che suo figlio e suo nipote dovranno pagare per non restare ingarbugliati nell’inferno del rimorso. Se a questo punto si gioca un braccio di ferro tra ciò che è giusto fare e ciò che è più convenevole fare, Paul diventa vittima del suo macchinoso lavoro mentale, del suo deragliamento riflessivo che lo conduce a chiedersi perché mai sia stato proprio lui a scoprire la questione per ultimo. Mette in discussione la sincerità di sua moglie, attacca l’abito politico di suo fratello e risponde alle frecciate della rispettiva compagna.

La pellicola si lascia colmare e completare da una bizzarra sequenza sperimentale imbibita di un color rame e presentata su sfondo di un frastornante fischio monotonico, qualcosa che ricorda per velocità e sovrapposizione di immagini le battaglie del celebre Napoleone di Abel Gance. Scena finale shock, di natura hanekiana che conduce una stramba cena familiare in un baratro senza uscita in cui a vincere è stato tutto, tranne che il senso morale.

The Dinner è un film maturo e meravigliosamente sbavato in più punti che prende vita propria vuoi anche grazie ad un cast stellare Sa sbocciare nei suoi tempi morti, nelle sue tante e tante pause in cui non accade nulla, dove invece accade proprio tutta l’umanità intera.

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