#Le lezioni più importanti sono quelle che ci diamo da sole

“Pieces of a woman”, scritto da Kata Weber e diretto da Kornél Mundruczó (coppia fissa anche nella vita), indica a tutte le donne un’importante lezione di vita, e cioè che le più importanti lezioni di vita sono appunto quelle che ci diamo da sole, forti del nostro acume e della nostra resilienza innati.

Autodeterminazione: all’apparenza sembra solo una caratteristica da curriculum, tuttavia rappresenta lo scudo di cui ogni donna dovrebbe munirsi per affrontare un uragano, soprattutto se questo uragano consiste nella morte del tuo figlio o della tua figlia, scomparsi appena dopo il parto.

Questo interessante film rappresenta un’anomalia nell’attuale panorama cinematografico: ancora in piena pandemia, molte persone vorrebbero piuttosto cancellare completamente la parola “dolore” dal dizionario o notiziario che sia, mentre Weber e Mundruczó hanno pensato di restituire al pubblico una storia sì a forte impatto ma per nulla fine a se stessa, anzi altamente “pedagogica”. Del resto, non si deve smettere di imparare nemmeno quando si vorrebbe una tregua. Il tutto puntando su una precisa scenografia, inequivocabilmente specchio delle differenze di carattere e sociali dei principali protagonisti, ma soprattutto sulla fotografia affidata a Benjamin Loeb, il quale è ricorso al “gimbal” (braccio di ferro collegato alla cinepresa) per una resa più verosimile e intima.

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Vanessa Kirby interpreta Martha, giovane madre protagonista di questo dramma moderno; non riesce a elaborare un lutto essendo contraria alla guarigione frettolosa, retorica, di facciata, pertanto resta refrattaria e si appoggia quasi solamente al dolore, perché è la cosa che le pare più naturale di tutto ciò che la circonda, dalle pressanti esortazioni della madre a girare pagina nel minor tempo possibile alla desolazione egoista del suo fidanzato Sean (interpretato da Shia LaBeouf), al cui riparo lui si tiene essendo stanco di lottare.

Così, vivendo come dentro una bolla al cui interno non può sentire più nessuno, Martha trova il coraggio di fare pace con se stessa, con il suo corpo e persino con l’ostetrica che ha assistito il suo travaglio, al punto di iniziare a conservare i semi delle mele che mangia per poi farli germogliare, anche se restano tutto il tempo nel frigo. Una perfetta allegoria della tempesta che chiunque attraversa prima dell’arcobaleno: forse ovvia, ma comunque vera e incontestabile.

Martha riuscirà a dimostrare a se stessa che, sola o accompagnata, il suo dolore non è totalmente comprensibile agli altri, perché gli altri sono incapaci di vedere.

Una trama ispirata a una gravidanza davvero finita male per i due autori che però hanno superato il trauma mettendosi al lavoro, e una recitazione con i fiocchi che si avvale anche della partecipazione esclusiva di Ellen Burstyn nei panni della madre di Martha.

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