#Lo chiamavano Jeeg Robot

Jeeg non è giapponese, non nasce a Gotham, non vive con la zia e non è un ingegnere miliardario.

É un mezzo criminale di Tor Bella Monaca. La migliore premessa con cui Gabriele Mainetti propone il suo primo lungometraggio: Lo chiamavano Jeeg Robot.

Enzo Ceccotti è un delinquente ai limiti della società, un lupo solitario di Tor Bella Monaca. La sua vita cambia quando, dopo un furto, fuggendo dalla legge, cade all’interno di un barile dal contenuto radioattivo. Scopre dunque d’avere una forza fuori dal comune, forza che mette al servizio dei suoi furti. La sua nuova carriera ostacola quella di Zingaro e dei suoi scagnozzi, piccolo gruppo di malavitosi organizzati con cui spesso il poco convenzionale eroe si scontra. Ma la vita di Enzo cambia anche per Alessia, figlia di uno dei delinquenti di Zingaro, figura adolescenziale che traghetta Jeeg nella dimensione che più deve appartenergli, quella della solidarietà e della giustizia, la dimensione di un vero eroe.

Un pugno nell’occhio per i nostalgici che, purtroppo o per fortuna, scoprono un film che non ha nulla da condividere con l’Anime giapponese tanto caro a qualche generazione.

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La regia di Mainetti è giovane e si sente. Comincia con un’ottima presentazione dei personaggi, costruiti con originalità. Enzo è l’ultimo supereroe del caso, motivo in più per apprezzarne le caratteristiche e soprattutto le novità. Il suo vivere quotidiano va oltre il clima di delinquenza. E’ un barbaro che vive da eremita che, super poteri a parte, alla prima occasione si rivela per quello che è. Mainetti osa, mette da parte i timori e si lancia a capofitto nelle oscurità del suo eroe.

Ottima è la figura della mai cresciuta Alessia che vive in un mondo suo, animato dai personaggi della saga di Jeeg Robot, corporeità di quel “giorno delle tenebre” continuamente nei suoi pensieri che, a guardarla dall’esterno, sembra averla già avvolta da un pezzo.

Come per ogni supereroe degno del suo nome però c’è il momento della luce, momento a cui Mainetti non ha saputo rendere giustizia. La trasformazione di Enzo è poco palpabile, la ritroviamo sullo schermo e ce la dobbiamo fare piacere.

Con lo snodarsi della trama il regista sembra perdersi, preso da un’euforia evitabile, scivolando su scene di scontri a fuoco improponibili, annacquando il finale della pellicola, finale che penzola verso il basso sorretta da una ben più solida prima parte. Infine un super cattivo che ricorda tanto altri malefici personaggi del grande schermo già resi immortali da altre pellicole. Scelta semplice, una piccola furbizia nascosta in un ambiente diverso dalla solita metropoli: un miscuglio tra Joker, Loki e due facce arrangiato, di circostanza.

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Va comunque apprezzato l’impegno del regista perché la sua pellicola rientra in una categoria oscura con cui il cinema italiano pare avere da sempre un problema, senza poterne capire i perché. Mainetti va dunque incoraggiato e ringraziato. Sperimentare, al cinema, è già un mezzo successo.