Torna al cinema Batman, il più iconico dei supereroi DC e lo fa con una detective story a forti tinte noir. Questo aspetto era stato messo da parte nelle precedenti versione ma qui, invece, trova nuovo slancio. Matt Reeves regala al pubblico un film ben gestito, che miscela al meglio gli elementi fumettistici e l’immaginario cinematografico ereditato da Christopher Nolan. E lo fa dando un’impronta decisamente più cupa e amara rispetto al passato.

Recensione film Batman, #The Batman: l’anima nera di Bruce Wayne

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La trama

Questo film presenta un Batman alle prime armi che combatte il crimine strada per strada. La sua Gotham vive sotto una pioggia inarrestabile, biblica che però non riesce a lavare via i peccati di una città corrotta dalle fondamenta. Ben presto, però, prende posto al centro delle scena quando il sindaco Don Mitchell Jr. viene ritrovato morto nel suo appartamento poco prima delle elezioni. Batman e il tenente Gordon – suo unico alleato nella Polizia – devono quindi risolvere il caso, cercando di fermare l’Enigmista mentre la sua furia omicida si abbatte sulla città colpendo i centri del potere collusi con la criminalità.

È proprio l’Enigmista (un magistrale Paul Dano) ad essere il vero motore della storia grazie ai suoi indovinelli, lanciando così la sfida a Batman. Il film, difatti, ruota attorno ai suoi tentativi di risolvere questi indizi e di sventare così il piano criminale del nemico. La dinamica che emerge è quella per cui l’Enigmista riconosce in Batman un suo pari, un vigilante che cerca di estirpare il male da Gotham, e così lo spinge sempre più al limite per dimostrare la tesi che la città non è salvabile. Egli è contraltare ai dubbi esistenziali di un Batman che deve scoprire il vero senso della sua missione e trasformarsi in supereroe. Ma, nonostante ciò, la sua bussola morale non cede mai.

Recensione film Batman, #The Batman: l’anima nera di Bruce Wayne

Per tutto il film Batman si confronta con la corruzione che dilaga nella politica e nella giustizia e che si lega strettamente alla criminalità. È così che vengono alla ribalta altre due importanti figure: il Pinguino e Carmine Falcone. Il primo agisce nell’ombra per espandere la sua influenza mentre Falcone quel potere lo detiene da sempre e con esso stringe Gotham in una morsa di violenza e corruzione con l’aiuto delle stesse istituzioni. È qui che entra in gioco anche Selina, la futura Catwoman, con la quale Batman stringe una sorta di alleanza. I due condividono il dolore di essere orfani ma, pur animato dallo stesso desiderio di vendetta, Batman agisce secondo codici e fini diversi.

La detective story, quindi, mantiene sempre la sua centralità grazie all’espediente degli indovinelli. Essi si trasformano in indizi e, di conseguenza, in piste da seguire che tengono alta l’attenzione dello spettatore.  La costruzione della tensione risulta quindi quasi perfetta se non fosse per il fatto, nella terza parte del film, emerge una corsa a grandi e piccoli cliffhanger che spezzano un ritmo fino ad allora esemplare.

Il reparto tecnico

La fotografia di Greig Fraser è funzionale al racconto vivendo di pioggia e oscurità, con un uso della luce perfettamente dosato che esalta ogni scena. È una scelta che restituisce una Gotham che risulta davvero sporca, fatta di ombre e bassifondi, più vicina alla versione fumettistica. Lo spettatore, infatti, si ritrova davanti a una plastica rappresentazione del male che pervade la città, una città che appare opprimente e soffocante. Si tratta di una sensazione che è restituita anche dagli ambienti interni che sono altrettanto bui e angusti, di chiara spirazione gotica. Tutto ciò è un passo indietro rispetto all’iperrealismo di Nolan ma necessario per dare maggiore efficacia all’universo ideato da Matt Reeves.

Altro aspetto decisamente interessante è la regia che, con movimenti di macchina ridotti al minimo, riesce a dare un senso di solennità ad ogni inquadratura. È una scelta che si discosta da un certo standard nel girare le scene action ma che si sposa perfettamente con quella sensazione di solennità sopraccitata. Impossibile quindi non menzionare due esempi su tutti: la prima entrata in scena di Batman (completamente avvolto nell’oscurità) e il finale dell’inseguimento con il Pinguino nelle fiamme.

Ad armonizzare il tutto interviene una strepitosa colonna sonora firmata da Michael Gioacchino, che regala anche uno tra i migliori Batman theme mai realizzati. Questa soundtrack funziona così bene perché che riesce a dare sostanza all’atmosfera cupa del film, ma anche a far percepire un sottofondo di malinconia.

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Il film vive essenzialmente di due produzioni musicali che, con le loro note, tornano spesso durante la visone del film: l’Ave Maria di Shubert e Something in the way dei Nirvana. La prima è sempre presente durante le scene cardine dell’Enigmista e si lega strettamente al concetto di morte e dolore. Di contro la canzone dei Nirvana rappresenta lo stesso Batman e descrive il suo senso di solitudine e angoscia che non riesce a estirpare. È lo stesso Matt Reeves ad affermare di essersi ispirato a Kurt Cobain durante la scrittura della pellicola restituendo quindi un protagonista che vive del suo tormento interiore.

Psicologia di un supereroe in divenire

Il punto di forza di questo film è senz’altro la scelta di rappresentare un Batman che è ancora tutto da costruire. Bruce Wayne, infatti, veste i suoi panni soltanto da due anni, aggirandosi tra gli angoli bui di una città corrotta e violenta dove la sua azione è però limitata, inefficace poiché ancora lontana dai veri di centri del potere. Non è un supereroe ma un uomo alle prese con i suoi demoni e con l’omicidio irrisolto dei suoi genitori. È inquieto come la città che cerca di salvare ma finché non ci sarà una perfetta sovrapposizione tra la maschera e l’uomo non ci riuscirà.

Anche se il suo codice morale è già definito attorno alla scelta di non uccidere, resta pur sempre un vigilante. In questa tipologia di narrazioni, infatti, la linea di demarcazione tra bene e male è sempre sottilissima e mette il pubblico nella posizione di doversi confrontare con personaggi che, per loro stessa natura, si muovono in una zona moralmente grigia. Questo aspetto è enfatizzato anche dal fatto che sono gli stessi abitanti della città a non riconoscerlo ancora come un salvatore. Gotham non sa se ci può fidare di lui perché la violenza delle sue azioni lo porta drammaticamente vicino a coloro che cerca di combattere.

Oltre al fidato Alfred, c’è un’unica persona che in lui vede del potenziale, che in lui crede anche mettendosi contro l’intero dipartimento: Jim Gordon. La dinamica tra i due è ben congeniata e insieme costituiscono un ottimo duo di investigatori. Ma Gordon non è soltanto questo, è anche la speranza che ci sia ancora qualcosa da salvare nell’anima di Gotham, che una resistenza silenziosa esista. E anche se deve per forza fare i conti con quella zona grigia, resta comunque integra nella sua essenza.

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In qualche modo questa è una figura che indica la strada a Bruce, una bussola morale che però sa interfacciarsi con pragmatismo alla realtà. Ma un cambiamento così profondo non può mai venire dall’esterno, nasce sempre e soltanto con un presa di coscienza interiore.

Bruce agisce nell’ombra ma in essa si perde perché ancora non è un uomo compiuto. In questo momento essere Batman è un tentativo di dare seguito alle promesse fatte da Thomas Wayne a Gotham, non è ancora la sua missione. È però proprio l’Enigmista a fornirgli la chiave per la svolta trasformandolo nel suo prossimo bersaglio, ricordandogli che le colpe dei padri ricadono sempre sui figli. In quel momento Bruce inizia a fare i conti con la figura del padre, scoprendola più umana e meno infallibile di quanto non apparisse.

Si tratta di una svolta decisiva perché, nell’immaginario di Batman, la morte dei suoi genitori è il trauma attorno cui si costruisce la sua identità. Se è un uomo irrisolto è a causa di questo evento che lo ha portato a isolarsi dal resto del mondo e che lo fa vivere nella paura. Ma si tratta di una paura che può esorcizzare, che può trasformare in qualcosa di positivo per Gotham e per se stesso.

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Il Bruce Wayne di Robert Pattinson

Tutto ciò in The Batman è reso anche a livello estetico con grande maestria: il Bruce Wayne di Matt Reeves ha un fisico asciutto, capelli neri che cadono davanti gli occhi, un’andatura e dei movimenti decisamente cadenzati e soprattutto uno sguardo sempre serio e contrito che buca lo schermo anche dietro la maschera. E Robert Pattinson non solo si è perfettamente calato nel ruolo ma è anche una delle chiavi del successo del film.

L’attore inglese, infatti, era alle prese con un compito tutt’altro che semplice poiché si confrontava con uno dei personaggi più iconici di sempre e con un immaginario inevitabilmente segnato dalla trilogia de Il Cavaliere Oscuro e reduce dal mezzo disastro targato Ben Affleck e Zack Snyder. Qui dimostra tanto del suo talento con una gran presenza scenica e soprattutto con un lavoro davvero degno di nota su sguardo e voce. Questa interpretazione può davvero essere importante per il prosieguo della sua carriera dopo anni passati nell’ambiente underground (con ottimi risultati), restituendolo così al grande pubblico con una nuova maturità.

Le aspettative su questa nuova versione di Batman erano altissime ma Matt Reeves è riuscito nell’impresa, consegnando al pubblico un’ottima pellicola. Qualche sbavatura permane soprattutto nell’ultima parte a causa del ritmo e della scelta di non dare al film un finale più amaro che si sarebbe meglio adattato al leitmotiv noir. Resta comunque un film che nell’universo supereroistico sta agilmente tra i primi posti.

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