#Segni indelebili: viaggio nell’arte del tatuaggio tra cultura millenaria e tendenza dei nostri giorni

Che sia un puntino piccolo e nascosto o un disegno grande e bene in vista, tatuarsi è una pratica antichissima, frutto non solo di storia millenaria ma anche di medicina antica e cultura popolare. Infatti, sarebbero proprio a scopo terapeutico, precisamente per lenire il dolore, le incisioni sulla pelle ritrovate sul primo uomo tatuato, una mummia risalente a più di tremila anni fa.

Oggi, il tatuaggio è una vera e propria tendenza, volta alla rappresentazione di sé stessi e della propria identità in maniera indelebile e tangibile. Tuttavia, l’inchiostro sulla pelle non ha sempre avuto il significato intrinseco di libertà di espressione personale. Al contrario, nasce come simbolo di criminalità o di appartenenza a una tribù che, in un certo qual modo, omologa chi lo porta. Il mondo dei tatuaggi è talmente ricco e affascinante che per esplorarlo può essere utile tracciare una “mappa culturale” che parte dalle funzioni più tradizionali e porta a quelle più “libere” di questa antica pratica. La giusta partenza potrebbe essere quella etimologica: la parola tatuaggio si deve a James Hook, il capitano inglese che dal tahitiano e samoano tau tau, onomatopea usata per identificare i tatuaggi della popolazione locale, conia il termine tattoo.

La prima “tappa culturale” è dunque identificabile nell’uso che queste popolazioni indigene facevano dei tatuaggi. Essi li avevano assimilati completamente nella loro quotidianità: i samoani, ad esempio, si decoravano il volto (gli uomini attorno agli occhi e alla bocca, le donne sotto il mento) con disegni elaborati che indicavano l’appartenenza a una tribù specifica. Vi era, poi, chi si tatuava tutto il corpo, sottoponendosi ad una sofferenza di giorni, per dimostrare di essersi avvicinato il più possibile alla morte ed esserne uscito vincitore; chi ci riusciva, veniva celebrato con una grande festa e considerato un vero eroe. Non erano, invece, frutto di un’impresa eroica i segni che venivano fatti alle ragazze tahitiane sulle natiche ma rappresentavano il passaggio all’età adulta. Per i maori, il tatuaggio facciale era un segno di riconoscimento così forte e individuale da usarne addirittura la replica stilizzata su carta come firma.

La seconda “tappa culturale” è costituita dall’appartenenza religiosa con particolare riferimento ai celti e ai cristiani. I primi adoravano divinità animali come i pesci, il gatto, il cinghiale, gli uccelli e se li tatuavano in segno di devozione. I secondi, invece, ebbero un rapporto più travagliato con l’arte dell’inchiostro poiché, se inizialmente la proibivano in quanto costituiva un deturpamento della purezza del corpo, dalle crociate in poi, una croce in fronte o sul corpo era segno di ostentazione della propria fede e permetteva ai morti in battaglia di essere riconosciuti e sepolti con rito cristiano.

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Continuando il viaggio culturale nel vastissimo mondo dei tattoo, si salpa verso il mare della terza tappa, costituita dal significato scaramantico che i marinai attribuivano a questi segni indelebili. I dominatori del mare, infatti, hanno diffuso la pratica delle popolazioni indigene nel mondo occidentale, dando vita a tradizioni e curiosità che si tramandano da millenni e permangono ancora oggi. Non sono rare, infatti, rappresentazioni di fari, ancore e onde per sottolineare il profondo legame con il mare ma anche la temerarietà e caparbietà di chi li porta. Non solo, i lupi di mare sono anche gli iniziatori della superstizione secondo cui avere un numero pari di tatuaggi porti mala sorte. In effetti, a loro portava sfortuna davvero: secondo la tradizione marinara, ci si faceva un tatuaggio il giorno prima di una partenza, uno all’arrivo e un altro al ritorno da un viaggio; di conseguenza, averne in numero pari voleva dire non essere tornati a casa.

Dalla scaramanzia dei marinai, tappa obbligata diventa il Giappone: in questo luogo di miti e leggende, il tatuaggio aveva una valenza magica. Infatti, si credeva che esso conferisse maggior prestigio a chi lo portava: una carpa per la forza e la perseveranza, un leone per l’attitudine a compiere imprese coraggiose, ecc. Rimanendo in Giappone, si raggiunge la prossima tappa culturale, quella della proibizione e dell’illegalità. Tutto ebbe inizio quando ricoprirsi il corpo fino ai gomiti e alla ginocchia rappresentava la protesta della popolazione di basso rango che non poteva portare il kimono. Quando, nel 1870, l’imperatore proibì questa pratica ritenendola sovversiva, tatuarsi divenne subito simbolo di ribellione di cui approfittarono soprattutto i criminali e la mafia giapponese come marchio distintivo. Ma il popolo orientale non era l’unico ad associare il tatuaggio alla criminalità: avveniva anche in parti completamente opposte del mondo come la Russia e l’America e aveva una simbologia ben precisa. Nel nuovo continente, ad esempio, era tipico dei galeotti avere impressa sulla pelle una ragnatela o cinque puntini; nella Russia dell’Ottocento, invece, chi aveva una rosa sul petto aveva trascorso almeno 18 anni in carcere.

Oltrepassata la tappa della criminalità, il percorso culturale del tatuaggio inizia a farsi meno tortuoso seppur rimanga ancora ripido. Dall’identificazione di gang e fuorilegge, i bikers e i punk degli anni ’70 e ’80 del Novecento iniziano a tatuarsi sì come alta forma di ribellione e sovversione del sistema ma in senso meno forte. Ultima tappa ma non per questo meno importante vede il tatuaggio come elemento puramente decorativo del corpo. L’origine di questa pratica deriva dai simboli impressi sulla pelle di mummie femminili dell’antico Egitto risalenti al 2000 a.C. Sono stati riscontrati tatuaggi che sacerdotesse, danzatrici e principesse mostravano per ornare il corpo in base alla loro condizione sociale. A loro si deve uno dei simboli che risulta essere tra i più diffusi ancora oggi: “l’occhio di RA”, simbolo di protezione dalle energie negative che, impresso sulla parte posteriore del corpo, ha il compito di “guardare le spalle” a chi lo porta.

Arrivando ai nostri giorni, i motivi che spingono giovani e meno giovani a colorarsi la pelle sono i più disparati ma hanno come base comune quella di usare il corpo come una tela su cui dipingere o un foglio su cui scrivere e disegnare. Animali, disegni tribali, parole o frasi in altre lingue vengono impressi in maniera indelebile secondo il loro significato letterale o simbolico o semplicemente per passione. Non è raro, inoltre, condividere il tatuaggio con qualcuno: la lettera della persona amata, la data speciale, lo stesso disegno nello stesso punto o la metà di un tatuaggio che diventa intero solo stando vicini, diventa la rappresentazione tangibile di un legame indissolubile.

Ma esiste, dunque, la motivazione ultima, quella “giusta”, che spinge l’uomo a “marchiare” il proprio corpo in maniera definitiva? Oppure si dovrebbe semplicemente vivere senza deturpare il corpo che la natura ci ha dato, come credevano gli antichi romani? Scegliere liberamente è sicuramente una risposta. La libertà, è sempre la risposta. Chi si tatua, in fondo, vuole dire qualcosa al mondo esterno o ricordare qualcosa a se stesso ed è questo, forse, il punto di arrivo da segnare sulla mappa: l’espressione libera e personale del corpo che ci rende diversi ma, sotto sotto, uguali.

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