A Gaza, tra i cumuli di cemento frantumato che un tempo erano abitazioni, scuole, ospedali, qualcuno ha iniziato a raccogliere i pezzi. Non per nostalgia, ma per costruire qualcosa di nuovo. Oltre 60 milioni di tonnellate di macerie — questa la stima delle Nazioni Unite — giacciono sparse su quella che un tempo era una delle strisce di terra più densamente abitate del mondo. In questo paesaggio di rovine, un’idea sta prendendo forma: trasformare i resti della distruzione nei mattoni della rinascita.

Dalla distruzione nasce una risorsa inattesa

Suleiman Abu Hassanin si muove tra i detriti della sua officina improvvisata, ricostruita dopo i bombardamenti. La sua voce, al telefono, porta il peso di chi ha visto troppo e ciononostante non ha smesso di cercare soluzioni. Il progetto che guida si chiama Green Rock e punta a trasformare le macerie degli edifici distrutti in mattoni a incastro, assemblabili senza malta tradizionale — una sorta di sistema modulare, simile ai Lego, pensato non per il gioco ma per la sopravvivenza.

L’idea non nasce da un laboratorio di design o da un’università d’architettura. Nasce dalla necessità più brutale: a Gaza i materiali da costruzione convenzionali sono quasi introvabili. Il blocco israeliano, in vigore nelle sue forme più restrittive dal 2007, ha limitato per anni l’importazione di cemento, acciaio e altri materiali essenziali, rallentando ogni tentativo di ricostruzione. Dopo quasi due anni di bombardamenti intensivi, la situazione è precipitata ben oltre il punto di rottura.

Come si costruisce un mattone dalla guerra

Il processo produttivo di Green Rock è artigianale quanto ingegnoso. Le macerie vengono prima frantumate e selezionate, poi mescolate con terreno locale e leganti alternativi sviluppati internamente, in assenza di cemento. L’impasto viene quindi compresso in blocchi mediante una macchina costruita a mano. L’ingegnere Wajdi Jouda ha contribuito a definire dimensioni e standard tecnici dei blocchi, mettendo il team anche in contatto con esperti esterni.

In condizioni normali, un mattone di questo tipo richiederebbe una percentuale di cemento compresa tra il 7 e il 12 per cento. A Gaza quella percentuale è stata eliminata, sostituita con alternative reperibili localmente. I mattoni a incastro, una volta assemblati, non richiedono malta tradizionale, riducendo ulteriormente la dipendenza da materiali scarsi. I primi test indicano che offrono un migliore isolamento termico e acustico rispetto alle tende in cui vivono centinaia di migliaia di sfollati.

La produzione attuale oscilla tra 1.000 e 1.500 mattoni al giorno: in teoria sufficienti, sulla carta, per costruire un piccolo rifugio in circa due settimane. In pratica, ogni fase è ostacolata da interruzioni di corrente, mancanza di macchinari pesanti e infrastrutture danneggiate. Abu Hassanin è esplicito: il vero collo di bottiglia non è tecnico, ma finanziario. Senza fondi, il ritmo di produzione non può accelerare.

Un precedente globale: dalle macerie di Mosul alle Trümmerfrauen di Berlino

L’idea di riciclare le rovine della guerra per ricostruire non è nuova. Dopo la Seconda guerra mondiale, le cosiddette Trümmerfrauen — le “donne delle macerie” — ripulirono Berlino mattone per mattone, recuperando ogni elemento riutilizzabile per ricostruire la città. In Iraq, dopo la liberazione di Mosul dall’ISIS e nelle province di Anbar devastate dai combattimenti, l’UNEP ha sviluppato linee guida specifiche per il riciclo delle macerie, trasformandole in aggregati per strade e strutture temporanee. Studi accademici pubblicati sul Journal of Materials in Civil Engineering hanno analizzato approcci analoghi per la Siria e il Sudan, confermando la fattibilità tecnica del calcestruzzo riciclato da conflitti bellici come sostituto degli aggregati vergini.

A Gaza, però, le condizioni rendono tutto più estremo. Non esistono grandi impianti di frantumazione, non c’è una catena logistica funzionante, e il blocco limita anche l’ingresso di macchinari. Ciò che altrove è diventato un programma istituzionale, qui prende la forma di un’officina improvvisata e di uomini che lavorano a mano.

I rischi nascosti sotto la polvere

Non tutto ciò che luccica nelle macerie è oro. Organizzazioni umanitarie ed esperti di costruzione hanno lanciato più di un avvertimento: i detriti di Gaza potrebbero contenere amianto, metalli pesanti, residui industriali e ordigni inesplosi. L’UNEP ha già segnalato che il recupero dei danni ambientali potrebbe richiedere decenni, con conseguenze sulla salute e sulle risorse idriche che si faranno sentire per generazioni.

Lo smaltimento sicuro delle macerie richiede protocolli rigorosi: dalla bonifica da esplosivi alla gestione dei contaminanti, fino al trasporto controllato. Uno studio del 2025 pubblicato su Environmental Research: Infrastructure and Sustainability ha stimato che solo il trasporto delle macerie di Gaza richiederebbe oltre 2,1 milioni di carichi di autocarri, coprendo una distanza equivalente a circa 736 volte la circonferenza terrestre. Le Nazioni Unite stimano che per la rimozione completa potrebbero essere necessari fino a 20 anni e quasi un miliardo di dollari.

In questo contesto, i mattoni di Green Rock rappresentano una soluzione locale e parziale. Utili per rifugi temporanei, insufficienti — senza infrastrutture e accesso ai materiali su scala industriale — per ricostruire interi quartieri.

Il valore simbolico di ricostruire con le proprie mani

Eppure, Abu Hassanin insiste su una dimensione che va oltre il mattone. Racconta di uomini che si fermano nel punto esatto in cui sorgeva la loro casa e contribuiscono a ricostruirla con le proprie mani. In quel gesto, dice, c’è qualcosa che nessun aiuto umanitario esterno riesce a restituire: la sensazione di non essere soltanto una vittima, ma parte attiva di una soluzione.

Il progetto abbatte i costi di costruzione del 50-60 per cento rispetto ai metodi tradizionali e offre occupazione a persone sfollate, impiegate nella raccolta, nella selezione e nella produzione dei materiali. Non è pianificazione urbanistica a lungo termine. È sopravvivenza organizzata, ingegno sotto pressione, dignità che si costruisce blocco dopo blocco in uno dei posti più difficili della Terra.

Le macerie di Gaza, in attesa che il mondo trovi un accordo sulla ricostruzione — tra piani egiziani, proposte della Lega Araba e dichiarazioni americane rimaste sulla carta — continuano a essere lavorate da mani che non possono aspettare.