Immaginate di raccogliere tutte le palline da tennis usate in un anno e di impilarne una sull’altra. La colonna raggiungerebbe lo spazio, ben oltre i confini dell’atmosfera terrestre. Non è un’iperbole: è la misura concreta di un problema ambientale che il mondo dello sport ha ignorato per decenni, nascosto sotto la vernice brillante di Wimbledon, del Roland Garros, degli US Open. Ogni anno nel mondo vengono prodotte tra i 300 e i 400 milioni di palline da tennis, e la stragrande maggioranza di esse finisce in discarica, dove resterà per i prossimi quattro secoli.
Quattrocento anni. Più di quanto sia passato dalla nascita di Newton, più del tempo intercorso dalla fondazione delle prime colonie americane. Una pallina acquistata oggi sarà ancora intatta — nella sua gomma, nella sua felpa sintetica, nella sua struttura pressurizzata — nell’anno 2425.
Il paradosso dello sport verde che produce rifiuti eterni
Il tennis si veste spesso di green. Tornei che pubblicizzano sostenibilità, racchette certificate, bottiglie d’acqua riutilizzabili ai bordi del campo. Eppure l’oggetto più iconico di questo sport — la pallina gialla — è uno dei rifiuti più difficili da smaltire nell’intero panorama dello sport mondiale.
Il motivo è tecnico, oltre che industriale. Le palline sono notoriamente difficili da riciclare perché combinano gomma e felpa, e l’adesivo che unisce i due materiali è estremamente complesso da separare. Non si tratta di un semplice imballaggio di plastica: la pallina è un sistema ingegneristico compatto, progettato per resistere a migliaia di impatti ad alta velocità, pressurizzato internamente per garantire un rimbalzo uniforme. Quella stessa robustezza che la rende perfetta per il gioco la trasforma in un incubo per i gestori delle discariche.
Quasi tutti i 330 milioni di palline prodotti ogni anno nel mondo finiscono nella spazzatura, con la maggior parte destinata alle discariche dove possono impiegare più di 400 anni a decomporsi. E la produzione stessa non è priva di costi: la raccolta del caucciù contribuisce alla deforestazione, e il nylon usato per l’esterno è tipicamente ricavato dal petrolio.
Quando il rimbalzo diventa veleno: la chimica nascosta nella pallina
Ogni volta che un giocatore apre una nuova lattina di palline, nell’aria si diffonde quel caratteristico odore — un misto di gomma vulcanizzata e agenti chimici che pochissimi si fermano a interrogare. La produzione di gomma e felpa comporta l’uso di sostanze chimiche come adesivi e solventi, con conseguenti emissioni di gas serra e inquinamento atmosferico.
Una volta in discarica, il problema si moltiplica. I componenti sintetici e la costruzione fortemente compattata delle palline rendono la decomposizione estremamente lenta: in un ambiente privo di ossigeno e luce solare, come quello di una discarica, possono impiegare oltre 400 anni a degradarsi, contribuendo in modo significativo all’accumulo dei rifiuti e alla potenziale contaminazione del suolo.
Il dato forse più sorprendente riguarda il tasso di riciclo: secondo i dati del Centro di Informazione Regionale delle Nazioni Unite, soltanto l’1% delle palline da tennis viene mai riciclato. L’altro 99% scompare in un limbo di gomma e feltro sintetico da cui non emergerà per secoli.
Il movimento che vuole chiudere il cerchio
Qualcosa, però, sta cambiando. E spesso il cambiamento parte dalle persone meno attese.
A Pacific Palisades, quartiere di Los Angeles devastato dagli incendi del 2025, un gruppo di dodici studenti delle scuole superiori ha trasformato l’esperienza della ricostruzione comunitaria in un progetto ambizioso chiamato Another Bounce. L’iniziativa, nata all’interno del Junior Board di Habits of Waste — organizzazione no-profit fondata da Sheila Morovati —, punta a raccogliere e avviare al riciclo il maggior numero possibile di palline da tennis e pickleball, con l’obiettivo di stabilire un Guinness World Record.
“Pratichiamo questo sport, vediamo i rifiuti che produce, e non aspettiamo che siano gli adulti a risolvere il problema”, hanno dichiarato i ragazzi in una nota collettiva. Il modello che propongono è quello dell’economia circolare: le palline vengono raccolte nei club sportivi, triturate, lavate e trasformate in granuli di plastica riutilizzabili per produrre vasi, tappeti, imballaggi e superfici per campi sportivi. Una parte viene invece inviata a organizzazioni specializzate che le trasformano in nuove palline da pickleball, chiudendo il ciclo.
RecycleBalls e le soluzioni già esistenti
L’iniziativa dei giovani californiani non parte da zero: si inserisce in un ecosistema di soluzioni che esiste già, seppur ancora marginale rispetto alla scala del problema. RecycleBalls, organizzazione no-profit, raccoglie palline usate in strutture tennistiche, club, scuole e altre organizzazioni, per poi trasformare la gomma in materiale riutilizzabile per superfici di playground e piste di atletica.
In Europa, la French Tennis Federation ha avviato dal 2009 un programma strutturato: le palline usate nei tornei vengono raccolte e inviate a impianti di riciclo che separano l’esterno e riutilizzano la gomma per i fondi dei campi da tennis. Un modello che dimostra come la filiera del riciclo, quando esiste, funziona.
Il vero ostacolo non è tanto tecnico quanto sistemico: mancano infrastrutture capillari di raccolta, manca la consapevolezza nei giocatori amatoriali — che costituiscono la stragrande maggioranza del consumo — e mancano incentivi concreti per i produttori a investire in soluzioni di fine vita.
Il pickleball: un nuovo problema alle porte
Se il tennis è una sfida già nota, il pickleball introduce una variabile nuova e potenzialmente esplosiva. Lo sport a più rapida crescita negli Stati Uniti — con milioni di nuovi praticanti ogni anno — utilizza palline in plastica forata altrettanto difficili da smaltire. Le stime indicano che 500 milioni di palline da pickleball vengono prodotte annualmente, e il settore non dispone ancora di un sistema di riciclo strutturato né di una categoria nel Guinness World Record dedicata al riciclo.
Another Bounce intende colmare anche questo vuoto, puntando a creare una prima categoria ufficiale che possa fissare uno standard e accendere i riflettori su un flusso di rifiuti che, se non intercettato ora, rischia di diventare un problema enorme nel giro di pochi anni.
Perché questo conta più di quanto sembri
È facile liquidare il problema delle palline da tennis come marginale, perso nella vastità della crisi climatica globale. Ma la logica dei piccoli oggetti — quelli che non occupano spazio nei titoli dei giornali, che nessuna convenzione internazionale regola — è proprio quella che, moltiplicata per miliardi di consumatori, genera montagne invisibili di rifiuti.
Negli Stati Uniti soltanto, i rifiuti da palline da tennis equivalgono a 20.000 tonnellate metriche di gomma quasi non decomponibile che produce metano nelle discariche. Metano: uno dei gas serra più potenti, con un effetto riscaldante sul breve periodo circa 80 volte superiore a quello della CO₂.
La storia di Another Bounce — come quella di RecycleBalls, come quella della Federazione Francese — ci ricorda qualcosa di semplice e allo stesso tempo rivoluzionario: che ogni oggetto che produciamo è una responsabilità, non solo un prodotto. E che il cerchio dell’economia circolare non si chiude da solo: ha bisogno di qualcuno che decida di farlo girare.
Anche se quel qualcuno ha sedici anni e un campo da tennis sotto casa.

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