Lunedì 2 novembre, in molte case italiane, qualcuno impasterà mandorle, spezie e frutta secca per un motivo che non ha nulla a che fare con la festa: ricordare chi non c’è più. Dalla Sicilia alla Lombardia, dalla Puglia alla Sardegna, i dolci dei morti accompagnano da secoli il giorno dedicato ai defunti, e ogni regione li prepara a modo suo, con ingredienti poveri, ricette tramandate a voce e un’idea precisa: il cibo è il modo più semplice per tenere vicini i nostri cari.

Dalle fave dei Romani ai biscotti di oggi

Per capire perché a novembre si mangino dolci a forma di fava, bisogna tornare indietro di più di duemila anni. Nell’antica Roma i Lemuria, rito di maggio, prevedevano che il capofamiglia gettasse fave nere alle sue spalle per placare gli spiriti inquieti della casa. Il legume restò legato al mondo dei morti per secoli. Pellegrino Artusi, nel suo celebre manuale di cucina, spiega che le fave erano considerate un’offerta funebre, perché si credeva ospitassero le anime dei defunti, e racconta che ai suoi tempi le fave dei morti si preparavano in versione dolce, con mandorle e zucchero, al posto del legume vero.

La data, invece, è cristiana. A fissare la commemorazione dei defunti il 2 novembre, il giorno dopo Ognissanti, furono i monaci di Cluny, alla fine del X secolo. Da allora la tradizione ha mescolato memorie pagane e devozione, e secondo una credenza popolare diffusa le anime tornerebbero a far visita ai vivi proprio nella notte tra il 1° e il 2 novembre. In alcune zone si lasciava la tavola apparecchiata per accoglierle.

Pani, focacce e biscotti: il Nord e il Centro

Nel Nord Italia questa ricorrenza ha il profumo dei dolci di recupero. A Milano e in Brianza si prepara il pane dei morti: biscotti secchi sbriciolati, fichi, uvetta, mandorle e canditi, con cannella e noce moscata, impastati fino a ottenere una focaccia scura e densa, perfetta con un bicchiere di passito. In Romagna, tra Ravenna e Rimini, si fa la piada dei morti, che con la piadina condivide solo il nome: è una focaccia alta e morbida con noci, mandorle e uvetta ammollata nel Sangiovese.

Scendendo in Toscana si incontra il pan co’ santi di Siena, un pane dolce ma non troppo, con uvetta, noci e una nota di pepe che sorprende al primo assaggio. Nel Lazio e in buona parte del Centro Italia regnano invece le fave dei morti: piccole, dure, a base di mandorle, zucchero, uova e farina, nate per conservarsi a lungo. Per forma, colore e durezza, queste pastine sono state paragonate a piccoli ossi, e così in diverse zone hanno preso il nome di ossa dei morti.

Il Sud e le isole: grano, mandorle e doni per i bambini

Più si scende lungo la penisola, più il 2 novembre diventa un giorno di racconti e di sorprese. In Puglia si prepara il grano dei morti, detto anche colva: chicchi di grano cotti e mescolati con noci, melograno, cioccolato fondente, vincotto e frutta candita. Il grano rimanda al ciclo della natura, il melograno al mito di Proserpina, e il nome ricorda la kóllyba greca, il grano offerto ai defunti nel mondo bizantino. È una ricetta di famiglia, che si trova di rado in pasticceria.

In Sicilia il 2 novembre ha il tono di una festa per i più piccoli. Secondo la tradizione, i morti portano i doni ai bambini, che al mattino trovano nel cannistru, il cesto di vimini, pupi di zucchero, frutta martorana (la pasta di mandorle modellata a forma di frutti, nata a Palermo nei conventi) e biscotti come le ossa dei morti, bianchi e croccanti fuori, morbidi dentro. In Sardegna si sfornano invece i papassini, biscotti di farina, uvetta, noci e mandorle, spesso aromatizzati con scorza di agrumi e coperti da una glassa.

Perché questi dolci resistono ancora

Molti di questi dolci si trovano oggi in pasticceria, e alcuni sono diventati stagionali anche per chi non pensa ai defunti. Eppure restano ricette da fare in casa, che si impastano insieme e si regalano ai vicini. Servono ingredienti semplici, tempo e un gesto che passa di mano in mano.

Il 2 novembre, in fondo, chiede poco: un tavolo, qualcuno da ricordare e qualcosa da spezzare in compagnia. Chi ha in famiglia una ricetta scritta a penna su un foglio ingiallito sa già da dove cominciare.