Un tema spesso affrontato è il Revenge Porn, ma di cosa si tratta?

È da considerarsi una forma di violenza attraverso l’utilizzo della tecnologia, che prevede la diffusione di immagini sessualmente esplicite per ritorsione verso la vittima, per umiliarla e per danneggiarla. Dal 2019 il Revenge Porn è diventato un reato punibile per legge, ma nonostante questo non sempre viene denunciato per il timore dello stigma sociale. Ad esserne più colpite sono le donne.

Sostieni No#News visitando il sito del nostro inserzionista

Un problema evidente non è solo il giudizio che la società emette sulle vittime, ma anche l’autoflagellazione di chi lo subisce, che si sente a sua volta colpevole per aver condiviso quelle immagini. La condivisione di immagini intime e personali con il partner o con un possibile partner, non è una colpa, in quanto dopo l’instaurazione di un rapporto di fiducia è normale voler corteggiare o stuzzicare l’oggetto del nostro interesse.

Sono coloro che esprimono un giudizio negativo verso una donna o un ragazzo gay che condividono le proprie immagini ad essere pregiudizievoli considerandoli persone di facili costumi, quando in realtà la tecnologia ha inevitabilmente cambiato il nostro modo di rapportarci con gli altri e ha instaurato nuovi costumi dediti al corteggiamento. Ciò che risulta evidente è che la società difende sempre l’uomo eterosessuale, che condivide la propria nudità o che diffonde senza il consenso dell’altro immagini personali: in quanto da una parte viene visto come un individuo che vuole solo esaltare la propria forma fisica, dall’altra come un qualcuno che ha erroneamente commesso un gesto di goliardia, quando in realtà ha commesso un reato punibile dalla legge.

Questo reato non crea solo un senso di umiliazione nella vittima ma ha gravi ricadute psicologiche portandola a sentirsi violata, tradita e sviluppa un senso di profonda sfiducia e di minaccia alla propria sicurezza personale che influenzerà non solo la vita presente, ma anche quella futura.

Un problema nella diffusione di immagini virtuali è che se non vengono eliminate all’istante, rimuoverle dal web diventa pressoché impossibile a causa di una condivisione a catena, quindi la vittima vivrà con il terrore che anche in futuro qualcuno possa vederla ritratta in quelle immagini.

Chi condivide immagini personali e intime di un’altra persona lo fa per vendetta, per rivendicare il potere perso su di essa, lo fa per farla sentire piccola, indifesa e denigrarla, o lo fa se in giovane età per ripicca senza dare il giusto peso al gesto compiuto, senza analizzare le possibili conseguenze.

Nel cortometraggio Revenge Room, di Diego Botta disponibile anche su RaiPlay dedito alla sensibilizzazione verso il Revenge Porn, non viene analizzato solo il punto di vista della vittima ma anche di chi ha commesso il reato, facendo capire allo spettatore come spesso non si rifletta nemmeno su un gesto simile e su come, a volte, il diffusore delle immagini scemata la rabbia si renda conto di aver sbagliato e tenti inevitabilmente di tornare sui propri passi; ma non solo eliminare quelle immagini come già detto diventa impossibile, ma restaurare il rapporto di fiducia con la persona vittima di Revenge Porn diventa un’impresa ardua.

Troppo spesso le nostre menti vengono obnubilate dalla tecnologia facendoci dimenticare che il web e i social media non sono la realtà, ma allo stesso tempo possono condizionare gravemente la vita di una persona nel mondo reale. Nessuno si deve sentire stupido o sbagliato per aver mandato a una persona della quale si fidava, le proprie immagini intime o sessualmente esplicite e nel caso si diventasse vittime di Revenge Porn, bisogna chiedere aiuto agli organi competenti di Stato e sostegno psicologico, in quanto possono fornire gli strumenti giuridici per fermare il reato e intervenire.

Leggendo il romanzo Te la sei cercata di Louise O’Neill, nonostante l’epilogo differente da quanto ci si aspetti, tratta di una tematica più ampia del Revenge Porn mostrandoci come una ragazza bellissima, intelligente e sicura di sé possa venir distrutta dalla condivisione di immagini che la ritraggono durante atti sessualmente espliciti. Qui, viene trattato anche il tema dello stupro e i tentativi di suicidio sulla quale non ci soffermeremo, ma quello che va evidenziato e che l’autrice stessa vuole sottolineare è la reazione della società, della famiglia e degli amici che non forniscono, a parte pochi, l’adeguato sostegno alla vittima che viene colpevolizzata per ciò che ha fatto, in quanto secondo i più se l’è cercata, essendo dedita a promiscuità, per la sua bellezza e per aver abusato di bevande alcoliche. La vittima viene colpevolizzata per aver rovinato la vita di chi ha condiviso quelle immagini, avendoli denunciati; lei si colpevolizza di aver rovinato la sua famiglia a causa dell’abbandono della comunità intera, che invece di aiutarli, li marchia come degli appestati.

Questo non è solo un romanzo, ma il ritratto di una società intera nella quale le vittime principalmente se donne vengono giudicate negativamente a priori, quando è giusto riaffermare il sacro santo diritto di ogni individuo di vestirsi come crede, di uscire di casa all’orario che più gli aggrada, di poter bere bevande alcoliche e a volte esagerare senza doversi sentire sbagliato o senza che la sua incolumità venga messa in pericolo. Bisogna smetterla di giustificare determinati reati solo perché la vittima era ubriaca o perché in modo consenziente ha deciso di condividere con una persona delle immagini personali, immagini che però dovevano rimanere strettamente riservate tra chi le ha condivise e il destinatario.

Invece di emettere giudizi senza riflettere sulle ripercussioni che causano, sarebbe necessario che le persone si mostrino empatiche e che incomincino a chiedersi se chi è accusato di un determinato reato, non possa esserne colpevole, anziché giustificarlo e Louise O’Neill delinea bene questa consuetudine mostrando al lettore come la società sia predisposta nel difendere non la vittima, ma il presunto colpevole:

 Nessuno l’ha costretta a bere o a prendere quella merda. E conosci un ragazzo capace di dire di no se gliela offri su un piatto d’argento? Cazzo, se l’è cercata!

Sostieni No#News visitando il sito del nostro inserzionista
Articolo precendente#Un Caprone Gigante è apparso a Milano
Articolo successivo#HYPHAE: Dove le cose cadono e non ritornano più a se stesse