Circo, teatro, cinema, dramma, commedia. Un quadro artistico a 360° che emoziona come pochi film. Il secondo lungometraggio di Léa Fehner, miglior film al Festival di Cabourg e premiato dal pubblico al nuovo cinema di Pesaro, emoziona e non poco.
La compagnia itinerante del Davai Theatre viaggia di città in città portando in scena Gli Orsi di Cechov. L’infortunio di una delle attrici costringe il direttore Francoise a chiamare Lola, sua vecchia fiamma la cui presenza scaraventa nella disperazione sua moglie Inès. Déloyal invece, depresso cronico per la prematura scomparsa di suo figlio, si tormenta per l’arrivo di un secondo figlio, concepito con una delle attrici della compagnia. La comparsa di vecchi fantasmi, le difficoltà legate allo spettacolo e le macro-fratture dell’intero gruppo caricano la messa in scena d’ emozioni più vere del solito.

Gli “orchi” di Léa Fehner sono bellissimi. Tanto più belli sono i percorsi drammatici che seguono, piroette esistenziali pennellate dalla regista francese che smuovono di prepotenza i sentimenti di chi sta a guardare. La giovane cineasta, solo al suo secondo lungometraggio, è stata in grado di formulare ed accorpare un connubio di generi, una sinfonia filmica che permette la discussione di quel bistrattato rapporto tra cinema e teatro. La Fehner si getta in un progetto complesso, le cui difficoltà scaturiscono dal limite che l’immobilità cinematografica pretende sul dinamismo teatrale.

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Da qui nasce il potere magnetico di Les Ogres, che riesce a mettere in scena una compagnia itinerante filmando ciò che è teatro a tutti gli effetti. I due paradigmi artistici in questo caso non entrano in combutta (come spesso accade) e non viene a formarsi un guazzabuglio insipido, o peggio , acerbo e irritante. La drammaturgia è minuziosa, da perfezionista. In scena c’è personaggio e attore, la cui linea di demarcazione sfuma nelle poetiche riprese dell’opera teatrale di Cechov, quegli “orsi” che poco più in là, dietro le quinte , si preparano ad arricchire i propri personaggi portando sotto gli occhi del pubblico i sentimenti più profondi, sanguigni, umani. “Il personaggio e l’attore di fianco” , così Nanni Moretti suggeriva in “Mia Madre” , e Léa Fehner ha mostrato tutto questo con un gusto d’immagine e senso del suono davvero invidiabile. Il fascino dell’atmosfera circense, della vita su strada e dell’avventura, carica di brio tutte le sagome dinamiche del dramma, queste, portate in spalla da un cast formidabile, di artisti a tutti gli effetti.

Non è poi così strano trovare l’eccellente nel lungometraggio della francese, lei che , cresciuta in una compagnia di teatro itinerante ( il direttore della compagnia e sua moglie sono i veri genitori di Léa) ha osservato i criteri di questa vita di confine dall’interno, riportando dunque da adulta il suo dramma e la sua commedia , con una vena deliziosamente nostalgica e malinconica.

Una confezione che trasuda arte, che parla di sogni e di vite. Nella pellicola si punta il dito sui desideri che si tingono di mediocrità, sulle personalità che tendono al diventare mosche, piegandosi alle difficoltà della vita. Urla, litigi, inseguimenti, sbornie, risse, poi musica, balli e baci. Una tela astratta da incorniciare a vita. L’unico sogno che al momento possiamo tirare fuori, dopo la visione di questo film, è la distribuzione di Les Ogres nelle sale italiane (voci dicono che sia prevista per i primi mesi del 2017).

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