Una doppia verità è il legal thriller diretto da Courtney Hunt con Keanu Reeves, Renée Zellweger e Jim Belushi. Dal 15 giugno al cinema.

Mike Lassiter, ragazzo adolescente, uccide il padre violento. Un caso facile, un colpevole già scritto per tutti, ma non per l’ostinato avvocato difensore Richard Ramsey, che ha promesso alla madre di scagionare suo figlio. Dopo l’omicidio il giovane Mike decide di trincerarsi in un silenzio ostinato, non rispondendo ad alcuna domanda. Ramsey è però intenzionato a portare alla luce la verità a qualunque costo. In un gioco di depistaggi e colpi di scena, si muovono testimoni non affidabili e personaggi ambigui, accompagnando lo spettatore in un labirinto di menzogne per un processo che si trasforma, passo dopo passo, in un’adrenalinica corsa contro il tempo. Ma se tutti mentono, qual è la verità?

Se siete lettori di Grisham e appassionati di legal movie interamente girati all’interno di quei tribunali americani che sembrano tanto veri e propri show, forse questo film fa per voi. Gli altri possono cercare un piano b per la scelta del film da vedere nel week end.

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Il primo comandamento scolpito in Una doppia verità è: menti. Il secondo, a seguire, è : smaschera le menzogne di tutti gli altri. Si, perché nel film di Hunt nessuno, ma proprio nessuno, dice la verità. A partire dal giovane Mike che resta rinchiuso nel suo mutismo fino al momento della sua testimonianza cruda e schietta, per arrivare alla giovane assistente dell’avvocato Ramsey, ricoverata con problemi ossessivi. Poi c’è la bella vedova Loretta dal comportamento ambiguo. E poi tutti i testimoni che ne sanno una più del diavolo. O forse no, perché il diavolo vero in qualche modo è Richard Ramsey, quell’avvocato che dorme poco ed ha una squallida camera di un motel di periferia come ufficio. Sempre attento ai più piccoli dettagli, nasconde in sè tutti i dettagli in grado di risolvere il caso. Manca quell’ingenuità di Kevin Lomax in L’avvocato del diavolo, come se, immaginando un assurdo ponte di collegamento, dopo tutte le sue infernali avventure il giovane Kevin non avesse capito proprio nulla. Insomma, i risultati di quel diavolone di Al Pacino si perpetuano nel tempo.

Ma non è il caso di rivelare troppi particolari e soprattutto i colpi di scena, perché questi sono la vera, e unica, anima del film. La noiosissima tiritera di domande e risposte, interrogatori e quanto segue è resa sopportabile solo per merito di alcuni sconvolgimenti di trama che danno una direzione nuova al caso, e ai continui flashback che ci consentono di sbirciare nella vita familiare della famiglia del giovane Mike, sua madre Loretta e il defunto padre Boone.

Seppure con un minutaggio striminzito, quasi nullo, la stellina di merito la assegniamo a Belushi che distinguendosi per l’autorevolezza della sua interpretazione emerge all’interno di un quadro scarno e amorfo, troppo lineare e mai davvero vivente sul set. Lo stesso Reeves sembra recitare contro voglia. Forse i panni dell’avvocato Ramsey sono troppo stretti.

Mediocre, tutto troppo mediocre e per la mediocrità non esiste alibi che regga.

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