Quella sera Pete si sedette sul pavimento della sua stanza circondato da mucchi di appunti e di interviste trascritte. Era così che si presentava la sconfitta: nelle forme di una vecchia cicciona con i capelli tinti del colore sbagliato, nei ricordi di una stanza buia, di tende chiuse per impedire al sole di entrare?
Pete si schiacciò il palmo contro la fronte. Doveva pur esserci qualcosa che poteva fare. Se solo avesse trovato un altro testimone. Qualcuno che potesse confutare la versione della signora Gobek.
Non chiuse occhio per 29 ore filate. Riascoltò tutte le interviste. Compulsò tutti gli appunti e rilesse le trascrizioni. Uscì e busso a ogni porta. Batté tutti i locali del quartiere, le tavole calde, le lavanderie automatiche alla ricerca di qualcuno che avrebbe dovuto trovare due anni prima.
Fece domande, si beccò insulti di ogni tipo, tenne duro.
Ma le poche persone che accettarono d parlare con lui non gli fornirono niente di nuovo. Tutti dormivano quella notte. Nessuno aveva visto niente né sentito niente che potesse contraddire la testimonianza della signora Gobek.
Tornò nel suo appartamento, sfogliò di nuovo gli appunti. E intorno alle 4 di mattina, le sue mani fecero cadere qualsiasi cosa stesse leggendo e perse coscienza. Si svegliò 5 ore dopo, assetato e per nulla riposato, e si passò una mano sul mento. Doveva assolutamente radersi.
E poi ebbe un’illuminazione.
Tutti dormivano quella notte.
Nessuno ha visto niente.
Nessuno ha sentito niente.
E capì, cosa doveva fare.
…..
Ha cercato di non alimentare la speranza, ma la speranza è tutto ciò che le resta.
La speranza, e il tempo per pensare.
Ha cerato di immaginare il mondo esterno che andava avanti senza di lei.
Per quasi quattro anni ha cercato di pensare solo ai suoi giorni in carcere, uno dopo l’altro.
Solo di rado si concede di ripensare al passato.
Un interrogatorio in particolare non cessa di riaffiorare nitido nei suoi pensieri. E ora, avendo il tempo di eviscerarlo attentamente, continua a ripensare a un’accusa ben precisa.
Un’accusa che tutt’ora non le torna. Continua ad arrovellarsi, divorata dal dubbio: cerca il bandolo della matassa fino a dipanarla completamente.
Finché un mattino non si sveglia ed è li, chiaro come il sole nella sua mente.
All’improvviso capisce.
Tratto da una storia vera, un giallo che racchiude in se tutti gli stereotipi di una paese, gli Stati Uniti d’America negli anni 60, altamente conservatore e bigotto.
Ruth ha un infinito bisogno di amore, di amare ed essere amata. Ed è sincera con se stessa. Non si accontenta.
Si sposa giovanissima con Frank, l’uomo che crede di amare e che la ami per quello che è. Dopo la nascita della seconda figlia il matrimonio va in frantumi. Lei cerca di mettercela tutta per andare avanti nella vita e crescere nel migliore dei modi i figli che ama più di quanto i vicini del quartiere credono di sapere. Ed è per amor loro che ogni sera si reca al pub a servire ai tavoli, a farsi corteggiare da uomini diversi che magari le allungano una mancia consistente che le permetterà di comprare a sua figlia un paio di scarpe nuove.
Ruth è bella, cura il suo aspetto fisico, ha i capelli sempre in ordine, si trucca anche per andare a far la spesa, non è scialba come le vicine del palazzo in cui vive dopo la separazione da Frank.
E sarà proprio questo suo modo di essere che la condannerà alla gogna ed infine in prigione quando entrambi i suoi figli verranno trovati cadavere.
Persino sua madre, oltre che i vicini e la polizia, in un momento drammatico come questo, l’accuserà più per il suo aspetto esteriore che per quello che ha fatto.
L’unico ad essere dalla sua parte è Pete, un giovane giornalista che farà di tutto per provarne l’innocenza. Perché Pete si è innamorato di lei, senza conoscerla, semplicemente vedendola entrare nell’auto della polizia che la sta conducendo in prigione. Pete, della cui presenza, Ruth non si è nemmeno accorta.
Finale non affatto scontato.




































