Il codice del reticolo è il linguaggio del mondo e parlarlo è cosa sacra. Imitarne la perfezione è facoltà umana, trascurarlo è grave mancanza, contrastarlo è la vera condizione di barbarie nel genere umano.

Preparò l’ordito, tenendo i fili bianchi verticali e annodandoli alla base di legno in basso, fino ad avere la traccia su cui iniziare ad intessere. La struttura così in tensione somigliava ad una grande arpa e aspettava solo di essere suonata.

Partire da fuori per raggiungere le proprie incertezze interiori, i tentennamenti dell’animo che vorremmo controllare. Proprio per questo Elena decise di ripetere la linearità dello stile di Sisinnia nel lavoro di tessitura: per riportare un po’ di ordine dentro, nelle stanze piene di vento del suo animo. Le sue buone intenzioni vennero del tutto meno e iniziarono a prendere forma, negli intrecci della coperta, segni imprevisti, forme non programmate, fuori convenzione, frutto puro di un flusso generativo.

Il dolore è una lama che non lascia indenni, ci si gira dall’altra parte, si coprono occhi e padiglioni proprio per non sentirlo, perché altrimenti ci cambierebbe. Il dolore interroga e condanna le proprie ipocrisie, la duplice morale che giustifica a sé ogni deroga in nome dei propri spasmi e minimizza quelli altrui. Ma la notte lo sa. E il dolore se lo tiene in braccio e se lo ninna coi suoi occhi languidi.

Le due metà laterali erano cresciute armoniche nelle loro divergenze. Il tappeto non era uno sgorbio deforme: era un riscatto. Il riscatto delle cose belle che non hanno più bisogno di essere ordinarie. L’occhio azzurro e l’occhio marrone sul viso saggio di un’anziana, le chiazze bianche irregolari sulla pelle scura, le sughere scorzate.

Abbandonato come fondo per il giaciglio di Pluto, qualcuno aveva dimenticato il tappeto storto delle sorelle Senes, ormai vecchio e consumato. Incontrò il tappeto, prima di incontrare i nulesi. Lercio, accartocciato, iscurito, sembrava di fango. Abire lo sfilò abilmente da sotto le membra di Pluto, lo sbatté un paio di volte e lo tese davanti a sé.

L’incuria però lo stupì: aveva proprio l’aria di una coperta dimenticata, un tessuto che avesse perso la sua famiglia e che nessuno più aveva nutrito e protetto.

Il tappeto che era stato cuccia del cane e che aveva accolto Abire parlava una lingua strana, difficile. Parlava di scelte, parlava di differenze che crescono come alberi vicini.

Per un attimo tutto si scompaginò e poi ritrovò il suo ordine. Esisteva, dunque, un equilibrio. E sapeva restare: capace nel ricomporsi.

 

I due Autori capitando casualmente a Nule ascoltano la storia di un vecchio tappeto e trarranno ispirazione per scriverne un libro.

Un libro tra realtà e mistero che sa affascinare e farci amare la storia delle due sorelle Senes. Un libro dal sapore di altri tempi, che ammalia e incanta il lettore come una favola ma allo stesso tempo così reale da conquistarlo.

Un libro dalla cadenza sonora quasi a voler riprodurre il suono che fa il telaio mentre tesse un tappeto.

Cosa può rivelare la storia di un vecchio tappeto? A raccontarcelo è Paco Jasa in un libro dal sapore antico.

Non è solo la storia di un tappeto, tessuto partendo dalla tosatura della lana di pecora, lavata, filata e poi colorata con tecniche antiche attraverso l’uso di foglie e misture di composti naturali. Questa è la storia di due donne, sorelle, nate e cresciute nella stessa casa a cui la vita ha offerto due destini opposti.

Attraverso la tessitura del tappeto, rompendo la “tradizionalità” Elena dà voce al suo essere, ai soprusi e mancanze di attenzioni ricevute da quando era piccola, dice basta alle ingiurie che le venivano cantate ogni volta che c’era l’occasione di mortificarne il carattere non esattamente consono agli usi locali. Elena che preferisce le “bestie” e la natura agli esseri umani.

A nulla servirà la “tradizionalità” di Sisinnia, non riuscirà a fermare gli argini della “creatività” di Elena che con un piccolo gesto di ribellione, tra mistero e realtà, farà si che il tappeto diventi il suo modo di riscattarsi. Il tappeto, attraverso una faida tra le due sorelle, faida che udiranno tutti i vicini, diventerà un’opera d’arte.

Solo anni dopo un ragazzo arrivato dal Mali, grande conoscitore di usanze, tradizioni e tappeti, saprà dare il giusto valore a questo tappeto tessuto da Elena e Sisinnia.

Di Mani Festarsi di Paco Jasa, Le tradizioni non muoiono mai, al limite si modernizzano

Di Mani Festarsi
di Paco Jasa
Carlo Delfino Editore