La storia della vita trascorsa da Ivan Il’ič era la più semplice e ordinaria, e la più orribile.

Aveva compreso che la vista coniugale, almeno quella con la moglie, non sempre contribuiva alla piacevolezza e al decoro della sua vita, ma anzi, spesso li violava e che, quindi, era indispensabile salvaguardarsi da quelle violazioni. … pur offrendo alcune comodità quotidiane, nella sostanza era una faccenda assai complessa e pesante.

Fondamentale per Ivan Il’ič era avere il suo lavoro. Era nel mondo lavorativo che si concentrava interamente il suo interesse esistenziale, interesse che lo assorbiva del tutto. La consapevolezza del proprio potere, della possibilità di rovinare chiunque avesse voluto rovinare.

Le gioie professionali di Ivan Il’ič erano quelle dell’amor proprio, le gioie sociali quelle della vanità, ma la sua vera gioia era quella del gioco al vint.

Della sua rassegnazione Praskov’ja Fёdorovna si dava gran merito. Una volta concluso che il marito aveva un carattere orribile e le aveva reso la vita infelice, aveva preso a commiserarsi. E quanto più commiserava se stessa, tanto più odiava lui.

Dalla sintesi del dottore, Ivan Il’ič aveva tratto la conclusione che stava male, ma che a lui, il dottore, e magari anche a tutti gli altri, non importava, mentre lui stava male. E quella conclusione l’aveva dolorosamente colpito, suscitando in cuor suo un sentimento di grande autocommiserazione e di grande rabbia.

Nel profondo del suo cuore, sapeva che stava morendo; tuttavia, non solo non si era abituato all’idea ma semplicemente non la concepiva, non riusciva in alcun modo a concepirla.

Avrebbe voluto che lo carezzassero, lo baciassero, che piangessero per lui come si fa quando si accarezzano e si consolano i bambini.

Era sempre la stessa cosa. Prima baluginava una goccia di speranza, poi si scatenava il mare della disperazione, e sempre quel dolore, sempre il dolore e l’angoscia, sempre uguale.

Il figlio gli aveva sempre fatto pena e il suo sguardo impaurito e compassionevole era spaventoso. A Ivan Il’ič pareva che, oltre a Gerasim, solo il piccolo Visilij lo capisse e lo compatisse.

E di nuovo Ivan Il’ič si soffermava sull’infanzia, e di nuovo provava dolore, cercando di scacciare i ricordi e di pensare ad altro.

 

Di fronte alla morte, che ormai sa essere imminente, Ivan Il’ič, ricorda con nostalgia e sentimentalismo la sua infanzia. Se solo potessi tornare bambino, pensa, tutto questo non esisterebbe.

Quando il suo corpo provato dal dolore non riesce più ad alzarsi dal letto per andare al lavoro, trascorre le sue giornate ricordando di quando era bambino. Non solo nei pensieri, anche l’atteggiamento, è diventato quello di un bambino capriccioso.

Diffida di ogni persona che lo va a trovare, ne prova fastidio. Coglie le menzogne dei vari dottori che si susseguono a diagnosticargli e curare la malattia, odia la giovane figlia perché in salute, ma più di tutti odia e disprezza sua moglie. Solo del figlio minore prova compassione perché è l’unico che lo comprende, l’unica persona per cui prova ancora un briciolo di sentimento è il domestico Gerasim che fa di tutto per alleviargli il dolore.

Sdraiato nel suo letto di agonia non gli resta altro che guardare lei in faccia: la morte.

Ivan Il’ič ci racconta la tragedia della solitudine vissuta da un uomo malato che sa che non ci sono cure per la sua malattia e quindi destinato a morire.

La morte di Ivan Il’ič di Lev Nikolaevič Tolstoj, #L’uomo che avvertiva pena per sé stesso

La morte di Ivan Il’ič
di Lev Nikolaevič Tolstoj