#La leonessa Marla Grayson

Il gioco leale è una presa in giro: al mondo esistono solo due tipi di persone – quelle che prendono e quelle a cui viene preso.

Sono poche ma strenue le convinzioni di Marla Grayson, che sceglie ogni giorno di essere un leone. Ciò le risulta piuttosto semplice perché l’odore del denaro che staziona nel suo conto corrente è pungente, al punto da riempire tutto il suo corpo e ogni millimetro dei suoi desideri.

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Tutrice legale avida e disonesta, Marla può rinunciare a tutto tranne che a rinunciare. La sua voglia di essere una predatrice fiera è incontrollabile e copre qualsiasi altro sentimento, tanto da spingerla a truffare i suoi clienti anziani per impadronirsi non solo dei loro beni, ma anche del loro passato e della loro capacità di intendere e di volere, mantenendo intatto il suo posto nel mondo.

Questo posto nel mondo sarà presto minacciato da un losco individuo che si mette sulle tracce della sua cliente più promettente, ricacciata da Marla in una casa di cura con un aggiramento della legge degno di un quoziente intellettivo anomalo.

Proprio di corruzione si tratta: la legge, più che limitarla, favorisce l’irrazionalità e diventa un nonnulla al cospetto dell’individuo scaltro e spietato. Non può valere granché se lei stessa predispone un fertile terreno alle ingiustizie.

“Io non perdo” è quello che serve a Marla per non vacillare mai, dopotutto se vuoi entrare nell’1% dei plutocrati del mondo devi digrignare i denti e tendere i nervi, fino all’esaurimento. Nessun attaccamento deve frenarti, ci siete solo tu e la salita ripida verso la ricchezza.

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Salita nel podio delle stelle Hollywoodiane ormai da più di un decennio, l’ex sorella maggiore di Elizabeth Bennet torna a impressionare con le sue immense doti recitative in una commedia dark che tutto sommato tiene alto il livello di attenzione e di intrattenimento. Rosamund Pike, però, non è l’unico punto di forza di questa satira cruda e irriverente: ad affiancarla abbiamo l’ex Lannister Peter Dinklage e l’ex musa di Woody Allen Dianne Wiest.

Una fotografia e scenografia impeccabili, un’ambientazione fredda e alienante come quella del mondo dei business men in cui Marla coronerà il suo sogno; tutti elementi che coniugano una storia a metà tra finzione e realtà. Con qualche accorgimento da fare. Prima di tutto lo status di donna non giustifica a cancellare ogni barlume di dignità che possediamo (qualche cliché in merito deve ancora essere smontato). In seconda battuta, una storia impressionante non deve sempre spettacolizzare azioni che nella realtà non accadrebbero mai, quindi l’elemento “surreale” in uno script del genere rischia solo di banalizzare l’intento generale, rendendo il film tutto fuorché satirico.