In questo inizio di autunno è impossibile sfogliare un giornale, o aprire un social network, senza imbattersi in alcuni personaggi che sono molto diversi tra loro per professione, età e orientamento politico, ma sono accomunati da una caratteristica: un’attitudine apertamente provocatoria.

  • Morgan (Marco Castoldi). Eclettico e anticonformista, è per definizione il “ribelle” nel panorama musicale italiano. Numerose le polemiche che l’hanno coinvolto negli anni, anche costandogli la partecipazione a due Festival di Sanremo (nel 2010, per aver dichiarato di aver fatto uso di cocaina, e nel 2020, per il litigio con Bugo). Stavolta è finito nell’occhio del ciclone per gli insulti (anche omofobi) rivolti al pubblico del suo spettacolo su Franco Battiato a Selinunte.
  • Roberto Vannacci. Generale dell’esercito, già impegnato in varie missioni all’estero (Somalia, Iraq, Bosnia, Libia, Afghanistan) e insignito di numerose medaglie e riconoscimenti, è diventato noto al grande pubblico per un motivo che ha ben poco a che vedere con i suoi meriti militari. Nello specifico per “Il mondo al contrario”, libro in cui esprime giudizi controversi nei confronti di donne, omosessuali, migranti e temi ambientali. C’è anche chi ritiene che dietro lo scandalo ci sia la regia di alcuni avversari politici della premier Giorgia Meloni.
  • Chiara Ferragni e Fedez. Lei fashion blogger e imprenditrice, lui cantautore, entrambi influencer da milioni di follower, insieme rappresentano la coppia più chiacchierata e invidiata d’Italia. A Sanremo sono stati entrambi protagonisti, lei come co-conduttrice e lui come “scheggia impazzita” sul palco. E i due non hanno perso l’occasione per cavalcare la visibilità dell’evento (e del loro presunto litigio), dedicandogli una puntata della loro serie tv The Ferragnez.
  • Vittorio Sgarbi. Nato come critico d’arte dalla vasta cultura, Sgarbi è anche un politico, personaggio televisivo e influencer che non perde l’occasione di esprimersi in modo dissacrante e volgare, suscitando sistematicamente l’attenzione dei media.

Figure del genere sembrano aver interpretato l’antico adagio: “Nel bene o nel male, purché se ne parli”. Ma questo metodo per ottenere visibilità è destinato a funzionare nel lungo termine? “Nel contesto del personal branding, la provocazione può essere utilizzata come strategia per attirare l’attenzione e creare un’immagine memorabile. Tuttavia, quando la provocazione diventa il fulcro principale dell’immagine di un individuo e sostituisce la reale sostanza o il valore che questa persona dovrebbe portare, potrebbe essere considerata come un tentativo di mascherare lacune effettive”, risponde Gianluca Lo Stimolo, Business Celebrity Builder, fondatore e Ceo di Stand Out, la prima agenzia in Italia specializzata in servizi integrati di personal branding.

Un personal branding incentrato principalmente sulla provocazione si riconosce da alcune caratteristiche:

  • Superficiale. “Fare personal branding significa creare una forte associazione mentale tra una competenza rilevante per un pubblico e la propria persona, tale da essere considerati la principale opzione in un preciso campo”, chiarisce Gianluca Lo Stimolo. “È dunque lecito chiedersi se, sotto la superficie della provocazione, ci siano competenze reali, solide e verificabili”.
  • Incoerenza. “Ci sono personaggi che si espongono di volta in volta sulla politica, sui diritti, sullo sport, sul gossip. Così facendo, però, diventa impossibile capire qual è l’ambito di cui sono esperti. Ricordiamo che il personal branding nasce con una finalità di business, serve quindi a far crescere la propria attività imprenditoriale o professionale: ma com’è possibile farlo, senza mettere bene in chiaro qual è il proprio valore aggiunto?”, continua.
  • Effimero. “I social media sono grandi amplificatori di notizie, indiscrezioni, opinioni, polemiche. Nella maggior parte dei casi, però, il ‘caso’ si accende in fretta per poi cadere nel dimenticatoio altrettanto in fretta. Chi impernia il suo stile comunicativo sulla provocazione va incontro al medesimo rischio”, fa notare Lo Stimolo.
  • Scarsa autenticità. “Quando la provocazione diventa uno stratagemma per ottenere attenzione, rischia di minare l’autenticità dell’individuo e far sorgere dubbi sulla sua credibilità”, spiega.

“Rilasciare una dichiarazione volutamente provocatoria può essere uno stratagemma per farsi notare, affermando il proprio brand personale? Sì, è una scelta legittima, ma a due condizioni. La prima: la provocazione va bene a piccole dosi, perché altrimenti diventa un copione già sentito. La seconda: in nessun caso la provocazione deve offuscare il talento o, peggio ancora, sostituirlo”, conclude Gianluca Lo Stimolo.