Immaginate di alzare gli occhi verso il profilo di una città e di vedere, incastonata nel fianco di un grattacielo come un gioiello bizzarro, una ruota panoramica dorata che gira lentamente tra i piani di un edificio. Non è un effetto speciale, non è un’installazione temporanea. È architettura reale, è Batumi, ed è una delle immagini più surreali che il paesaggio urbano contemporaneo abbia mai prodotto.

La Batumi Tower svetta per 200 metri sulla costa georgiana del Mar Nero, ed è — tecnicamente — il secondo grattacielo più alto dell’intero paese. Ma la sua altezza è l’ultimo dei motivi per cui il mondo la guarda con una sorta di incredula ammirazione. Quello che cattura l’attenzione, quello che rimane impresso nella memoria di chi la vede anche solo in fotografia, è la ruota panoramica integrata nella facciata, posizionata al 27° piano, a circa 100 metri dal suolo. Otto cabine climatizzate, rivestite di oro, capaci di accogliere fino a 40 persone, incastonate nell’involucro di cemento e acciaio come se qualcuno, a metà cantiere, avesse deciso che un grattacielo da solo fosse troppo noioso.

David Gogichaishvili e il sogno impossibile diventato skyline

Dietro questa follia architettonica c’è un nome: David Gogichaishvili, giovane architetto georgiano che nel 2012 ha trasformato la sua fantasia più audace in struttura permanente. La torre è stata progettata nello stile modernista dalla società Metal Yapi ed è stata completata nel 2012, anno in cui è diventata temporaneamente il grattacielo più alto dell’intera regione caucasica, primato perso nel 2015 quando la SOCAR Tower di Baku l’ha superata di pochi metri.

La sfida ingegneristica non era da poco. Integrare una ruota panoramica nel corpo di un edificio verticale significa fare i conti con forze che un parco di divertimenti a terra non conosce: la pressione del vento a quella quota, le vibrazioni strutturali, i carichi dinamici generati dal movimento della ruota stessa. Per questo motivo il progetto ha richiesto test in galleria del vento, una procedura normalmente riservata agli aerei o ai ponti sospesi. Al di sopra della ruota, come se il capriccio visivo non fosse ancora abbastanza, l’edificio si conclude con un albero maestro dorato alto 85 metri, dotato di una vela: la silhouette della torre, vista dalla riva del Mar Nero, evoca vagamente quella di un veliero ancorato nel cielo.

Un’università che non è mai esistita, un hotel di lusso che l’ha sostituita

La storia della Batumi Tower è anche, inevitabilmente, una storia di ambizioni politiche e piani mai realizzati. L’edificio nacque con un progetto preciso: ospitare la Black Sea Technological University, un’istituzione accademica internazionale con corsi in inglese e diplomi riconosciuti a livello globale. Il progetto fu sostenuto dall’allora presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che presenziò personalmente alla cerimonia di posa della prima pietra.

L’università, però, non aprì mai. Per due anni la torre rimase completamente vuota, un monolite di vetro e cemento affacciato sul lungomare di una delle città più vivaci della Georgia, inutilizzato e silenzioso. Nel 2015 l’edificio fu messo all’asta e acquistato dalla società RED-Co per circa 25 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 15 milioni di investimento per la ristrutturazione. Il risultato fu la trasformazione della torre in un hotel a cinque stelle Le Méridien, con casino, spa, piscine coperte e scoperte, ristoranti e un centro fitness. Un cambio di funzione radicale, che però lasciò intatta — e ancora inutilizzata in termini di rotazione effettiva — la ruota panoramica, diventata ormai il simbolo visivo dell’intero complesso più che un’attrazione funzionante.

Batumi, la Singapore del Mar Nero e la sua architettura del possibile

Per capire davvero la Batumi Tower bisogna capire Batumi. La città portuale nella regione autonoma dell’Adjara, nel sud-ovest della Georgia, è spesso chiamata la “Singapore del Mar Nero”: una destinazione che negli ultimi vent’anni ha subito una trasformazione urbanistica veloce e spettacolare, puntando sull’audacia estetica come strumento di attrazione turistica e investimento. Lungo il suo lungomare costellato di sculture interattive e architetture bizzarre, la Batumi Tower non è un’anomalia: è, semmai, la più coerente espressione di una filosofia urbana che ha fatto del meraviglioso uno strumento strategico.

In questo contesto, la ruota panoramica nel grattacielo non è una stravaganza isolata ma il simbolo di una città che ha scelto di costruire la propria identità sull’inaspettato. Batumi ha una statua di Ali e Nino alta 7 metri che ruota su se stessa fino a fondersi in un abbraccio. Ha un alfabeto georgiano monumentale che sovrasta il lungomare. Ha edifici a forma di libro, strutture che cambiano colore di notte. La Batumi Tower, in questo paesaggio, è quasi la naturale conclusione di un ragionamento: se l’architettura è comunicazione, perché non dire qualcosa che nessuno ha ancora detto?

Una ruota che (forse) non gira: il confine tra simbolo e funzione

La questione più affascinante — e irrisolta — che circonda la Batumi Tower riguarda proprio lo stato operativo della sua ruota. Le fonti disponibili sono contraddittorie: alcune indicano che la ruota non sia mai stata messa in funzione regolare, relegata al ruolo di elemento decorativo e scenografico; altre suggeriscono che sia accessibile al pubblico in determinati orari. Quello che è certo è che la maggior parte dei visitatori che documentano la torre sui canali di viaggio internazionali la descrivono come un oggetto da osservare piuttosto che da utilizzare, una presenza visiva piuttosto che un’esperienza fisica.

Questa ambiguità, paradossalmente, rende la Batumi Tower ancora più interessante dal punto di vista culturale. Una ruota panoramica che potrebbe non girare, installata a 100 metri d’altezza in un grattacielo che avrebbe dovuto essere un’università e invece è diventato un hotel di lusso: ogni strato della sua storia aggiunge un’ulteriore tensione tra ciò che è stato immaginato e ciò che è stato realizzato, tra la promessa e la forma.

Quando l’architettura diventa racconto

C’è una lunga tradizione di edifici che nascono per stupire e finiscono per raccontare qualcosa di più profondo delle intenzioni dei loro costruttori. La Torre Eiffel fu inizialmente detestata dai parigini e sopravvisse alla propria demolizione programmata. Il Centre Pompidou a Parigi venne deriso per le sue tubature colorate esposte all’esterno, e oggi è uno dei musei più visitati al mondo. La Batumi Tower appartiene a questa genealogia dell’inaspettato: un edificio che sfida la logica funzionale per affermare qualcosa di più sottile, ovvero che l’architettura può permettersi di sognare ad alta voce, anche — e forse soprattutto — quando il sogno eccede la ragione pratica.

Una ruota nel cielo, a 100 metri d’altezza, su un grattacielo affacciato al Mar Nero. Non è il futuro. Non è il passato. È Batumi, ed è già qui.