C’è un momento preciso in questo romanzo in cui tutto crolla — non il soufflé, non la quiche, non nemmeno l’amicizia tra i commensali. Crolla la maschera. Una bottiglia di crémant dimentica nel freezer esplode silenziosamente, un uovo marcisce nel frigorifero da mesi senza che nessuno se ne accorga, e la padrona di casa, sudata e sola in cucina mentre i suoi ospiti discutono di Angela Davis e di empowerment, capisce qualcosa di essenziale: si sente nel posto sbagliato, nel tempo sbagliato. È in quel momento che Cucinare nel secolo sbagliato (Kochen im falschen Jahrhundert) smette di essere un romanzo sulla cena tra amici e diventa qualcosa di molto più acuto e inquietante — uno specchio tenuto con mano ferma davanti a una generazione intera.

Teresa Präauer, scrittrice e artista visiva austriaca nata nel 1979, ha costruito con questo libro un caso letterario nei paesi di lingua tedesca, capace di raccogliere consensi ampi e riconoscimenti autorevoli: finalista al Deutscher Buchpreis e all’Österreichischer Buchpreis, vincitore del Bremer Literaturpreis. L’edizione italiana, tradotta con precisione e sensibilità da Alessandra Luise per Marsilio Editori, arriva nel 2026, portando con sé tutta la potenza di una voce narrativa che in Italia ancora attendeva di essere ascoltata.

Una serata a Vienna come palcoscenico della crisi contemporanea

L’intreccio è, sulla carta, di una semplicità disarmante. Una donna sulla quarantina, che il romanzo non nomina mai — è soltanto “la padrona di casa” — invita a cena nel suo nuovo appartamento viennese cinque persone: il suo compagno (chiamato semplicemente “il partner”), una coppia di amici sposati e un amico svizzero. Sono tutti colti, progressisti, attenti alle sfumature del linguaggio, appassionati di jazz, convinti di fare le scelte giuste. Mentre in cucina si prepara una quiche lorraine con la pasta frolla fatta in casa, in sala da pranzo si discute di Angela Davis, di greenwashing, di rifugiati, di sesso e di porno femminista, di crémant d’Alsace e di hashtag.

Präauer non giudica i suoi personaggi dall’esterno. Li osserva con la precisione di un entomologo e con la tenerezza di chi riconosce sé stesso nell’oggetto dell’osservazione. La sua scrittura — frammentata, ironica, capace di passare senza preavviso dal lirismo all’affilatura satirica — trasforma ogni gesto quotidiano in un atto denso di significato sociologico. Il modo in cui si piega un tovagliolo di lino, la marca del bicchiere finlandese Iittala, la playlist jazz scelta per “amanti non troppo esperti ma dal gusto raffinato”: ogni dettaglio è una dichiarazione d’identità, ogni scelta estetica è anche una scelta politica, o almeno vorrebbe esserlo.

Il tempo è il vero protagonista: passato, presente e memoria

Uno degli elementi più originali e perturbanti del romanzo è la sua struttura temporale. La narrazione della cena — lineare, cronologica, condotta in terza persona — viene interrotta a intervalli regolari da brani in seconda persona singolare, rivolti direttamente alla padrona di casa, che ricostruiscono la sua storia personale con il cibo: la prima presa di sale, il primo carciofo a Roma, la prima ostrica a Seattle, gli anni da studentessa in appartamenti scalcinati, le stoviglie Lilien ereditate dal nonno.

Questi intermezzi memoriali non sono nostalgia fine a sé stessa. Servono a Präauer per costruire un contrappunto straniante tra ciò che si era e ciò che si vuole apparire di essere. La padrona di casa appartiene a una generazione che ha vissuto la povertà creativa della giovinezza come un rito di passaggio necessario e ora abita un appartamento in un palazzo d’epoca borghese, con un tavolo da pranzo danese, vasi del designer finlandese Alvar Aalto e librerie costruite da falegnami amici su progetto di un architetto amico. Ha imparato a cucinare non dalla nonna, ma dai libri di ricette internazionali. Ha sostituito la saliera di plastica con una in corno di bufalo acquistata a Nairobi.

Il cibo, in questo romanzo, è sempre anche memoria di classe. Le nonne cucinavano con il lardo e il dado Maggi, le madri con l’olio d’oliva e le verdure mediterranee, e adesso la generazione della padrona di casa consulta bestseller di cucina israelo-palestinese e ordina sumach e za’atar su internet, sognando una tavola che “racconti il mondo”. Ma il mondo è scivoloso, difficile da maneggiare come un uovo marcio trovato in fondo al frigorifero.

La lista degli ingredienti come dispositivo narrativo

Tra un capitolo e l’altro della cena, Präauer inserisce brevi elenchi di ingredienti scritti come didascalie di ricette: “250 g di farina / 125 g di burro / 1 uovo”, oppure “1 cipolla / 1 porro / 150 g di pancetta”. Non si tratta di semplici riferimenti alla quiche in preparazione. Questi elenchi funzionano come spartiacque ritmici, piccole pause di realtà concreta che interrompono il flusso delle conversazioni sempre più altisonanti tra i commensali. Hanno qualcosa di brechtiano: ricordano al lettore che, mentre si discute di Angela Davis e di rifugiati, qualcuno deve ancora fare i conti con i grammi di burro e le uova da non dimenticare in frigo.

È una scelta formale audace, che richiama alla mente certe opere di Georges Perec — il romanzo stesso viene paragonato dall’editore a Le cose, il capolavoro del 1965 in cui Perec radiografa la generazione borghese francese attraverso la sua ossessione per gli oggetti — e che funziona con eleganza proprio perché non viene mai spiegata, lasciata lì, nuda, a interpellare il lettore.

Ironia come strumento di sopravvivenza e di critica

Il tono di Präauer è difficile da definire con precisione: non è satira feroce, non è commiserazione, non è semplice umorismo. È qualcosa di più sottile, che si potrebbe chiamare ironia affettuosa. La scrittrice ride dei suoi personaggi, ma ride con loro, non di loro. Ride della playlist jazz per “amanti con poca competenza ma molto gusto”. Ride del selfie di gruppo su Instagram con i filtri della Silicon Valley che trasformano tutti in pittori bohémien con il basco. Ride del marito che parla di calcio climatico ma “è andato in aereo a Singapore”. Ride della moglie che porta una borsa Vivienne Westwood difendendo con passione le idee anticapitaliste della stilista.

Ma mai — ed è questo il segno di una scrittura davvero matura — queste risate diventano condanna. Präauer sa che lei stessa, e il lettore stesso, appartiene a quella stessa generazione contraddittoria che vuole vivere eticamente senza rinunciare al crémant d’Alsace, che discute di greenwashing tenendo in mano la borsa di una designer di lusso, che condivide il selfie su Instagram con l’hashtag #bestfriendsforever mentre il bambino dorme dai nonni che “non sanno fare niente”.

L’autoironia è l’unica forma di onestà rimasta, sembra suggerire il romanzo. E anche questa, ovviamente, è una posizione di privilegio.

La quiche che non cuoce mai: il tempo sospeso dell’azione mancata

C’è una tensione strutturale che attraversa tutto il libro e che non si risolve mai del tutto: la quiche deve cuocere, ma c’è sempre qualcosa che ritarda, distrae, complica. Il forno viene preriscaldato ma poi quasi dimenticato. La cottura alla cieca viene sopravvalutata. L’uovo marcisce. La bottiglia di crémant esplode nel freezer. La pasta si rompe ai bordi. E intanto in sala da pranzo si parla, si beve, ci si lamenta, ci si abbraccia, ci si fotografa.

Questo ritardo continuo della cena — evento attorno al quale è costruita tutta la serata — è la metafora più efficace del libro: una generazione che ha tutte le intenzioni migliori ma fatica enormemente a tradurle in azione concreta. Si compra il libro di ricette palestinesi ma poi si fa la quiche lorraine. Si vorrebbe invitare ospiti internazionali a cene cosmopolite ma si finisce per discutere del vecchio professore universitario svizzero che è “fuori dal tempo”. Si sogna di cambiare il mondo ma ci si preoccupa se le impronte bagnate sulle scarpe degli ospiti rovineranno il parquet di pietra naturale.

La padrona di casa, alla fine, rimane sola in cucina. Inforna la quiche, beve un sorso di vino rosso e capisce qualcosa che non riesce a nominare del tutto. “Aveva la sensazione di cucinare nel secolo sbagliato”, scrive Präauer nell’ultima pagina della serata. Non nel senso che avrebbe voluto vivere in un altro tempo, ma nel senso che il tempo in cui vive sembra fatto per aspirazioni che non riesce a realizzare, per valori che proclama ma non pratica, per un’autenticità che insegue senza mai raggiungerla.

Il corpo delle donne e i secoli che pesano

C’è una dimensione femminista sottotraccia in questo romanzo che non urla mai ma è sempre presente, come un basso continuo. La padrona di casa cucina mentre gli ospiti discutono. La padrona di casa corre avanti e indietro tra cucina e sala. La padrona di casa gestisce le emozioni del gruppo, scioglie le tensioni, distribuisce “magnanimità e humour”. E quando il partner le sfiora il piede sotto il tavolo, lei risponde “non adesso” e lui rimane offeso.

Präauer esplora con finezza il modo in cui secoli di ruoli di genere sopravvivono nelle relazioni più illuminate e consapevoli. I personaggi sanno benissimo che “designare preventivamente sé stesse come le persone deputate a eliminare la macchia è già l’inizio della ripartizione dei compiti tra i sessi”. Lo sanno teoricamente. Ma poi la padrona di casa cucina, porta le ciotole, si preoccupa delle sedie, sistema i fiori, si scusa con la vicina per i mozziconi di sigaretta dello svizzero. La libertà, il romanzo suggerisce, è conquistata molto più facilmente nelle conversazioni che nella vita.

Il grembiule a righe bordeaux e sabbia, made in India con la scritta TOMORROW MATTERS, diventa il simbolo perfetto di questa contraddizione: un indumento che vuole essere politico, che porta con sé le storie delle operaie che lo hanno cucito, e che alla fine cade a terra e rimane sul pavimento.

Un romanzo viennese tra Perec e Reza

Il confronto editoriale con Le cose di Georges Perec (1965) e con Il dio del massacro di Yasmina Reza (2006) è pertinente ma non esaustivo. Con Perec, Präauer condivide l’ossessione per gli oggetti come marcatori sociali e il gusto per la catalogazione ironica del mondo materiale. Con Reza condivide la capacità di far esplodere in tempo reale le tensioni sepolte sotto la cortesia borghese.

Ma c’è qualcosa di specificamente viennese in questo romanzo che sfugge a entrambi i paragoni: una certa malinconia nordica, una consapevolezza storica che il Novecento ha lasciato in eredità alla borghesia mitteleuropea come un debito che non si può estinguere. Quando lo svizzero sul balcone si spaventa per l’elicottero della polizia e la padrona di casa pensa che “l’irrazionalità, lo spavento, la paura, l’incapacità di reagire erano radicati nelle ossa di quella generazione, un’eredità dei genitori, dei nonni e dei bisnonni”, Präauer tocca qualcosa di molto più profondo della satira di costume.

Vienna è presente nel romanzo come atmosfera più che come scenografia: la Direzione centrale della polizia di stato vista dalla finestra della sala da pranzo, la rete antipiccione tesa sul cortile interno, i poliziotti che fumano davanti alla finestra del palazzo di fronte. Una città bella e pesante, dove l’eleganza convive con la sorveglianza, dove il passato si fa sentire anche quando non viene nominato.

Perché leggere questo romanzo adesso

Cucinare nel secolo sbagliato non offre soluzioni, non consola, non indica vie d’uscita. Fa qualcosa di più raro e più utile: restituisce al lettore la propria complessità senza giudicarla. È un romanzo che parla a chiunque abbia mai comprato uno strofinaccio di design a Copenaghen e poi si sia accorto che costava troppo per essere usato davvero. A chiunque abbia mai discusso con passione dei rifugiati a cena e poi non abbia trovato il tempo di fare volontariato. A chiunque abbia mai postato una foto con il filtro di Instagram credendo di comunicare qualcosa di autentico.

La scrittura di Präauer è precisa, ritmica, capace di repentini slittamenti di registro che non stancano mai perché sono sempre motivati da una logica interna robustissima. La traduzione di Alessandra Luise mantiene intatta questa qualità, navigando con sicurezza tra il tedesco viennese, le espressioni in Schwiizerdütsch dello svizzero e i numerosi anglicismi che costellano il testo come segnali di un’epoca che non ha ancora trovato le proprie parole nella propria lingua.

Il romanzo è breve — poco più di centocinquanta pagine nell’edizione originale — ma ogni pagina è densa come il ripieno di una quiche. Si legge in poche ore e ci si pensa per giorni. Come ci si pensa dopo aver bruciato qualcosa sul fuoco mentre si stava cercando di fare troppe cose contemporaneamente e ci si rende conto, con un misto di imbarazzo e tenerezza, che era inevitabile.

Conclusioni: un romanzo necessario per capire chi siamo

Teresa Präauer ha scritto un libro sulla nostra incapacità di essere all’altezza dei nostri ideali, e lo ha fatto con una grazia narrativa che non umilia mai il lettore. Cucinare nel secolo sbagliato è un romanzo sull’ipocrisia, sì, ma anche sulla buona fede — sulla straordinaria e commovente difficoltà di vivere coerentemente i propri valori in un’epoca in cui tutto è visibile, commentabile, filtrabile, hashtaggabile e tuttavia sempre più incomprensibile.

La quiche alla fine cuoce. Ma la padrona di casa sa già che la serata non è andata come sperava. E forse è proprio in questo scarto tra l’intenzione e la realtà, tra il crémant immaginato e l’uovo marcito trovato, che si nasconde la verità più onesta di questo romanzo straordinario.

recensione Cucinare nel secolo sbagliato Teresa Präauer Marsilio 2026, “Cucinare nel secolo sbagliato” di Teresa Präauer: il romanzo che racconta la borghesia colta e le sue contraddizioni

Cucinare nel secolo sbagliato
di Teresa Präauer
Marsilio, 2026 (176 pag.)