La stagione del Teatro Menotti si chiude con Un salto in cielo – Brechtsuite, in scena fino al 18 giugno.

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È il 10 maggio 1945, la seconda guerra mondiale è finita, ma la notizia non è ancora giunta, e probabilmente non farebbe differenza, al Mahagonny Night, uno squallido locale notturno della periferia di newyorkese.

Ai tavoli del locale e nel vicolo sul retro si susseguono le narrazioni dei sei personaggi, profughi dalle atrocità del nazifascismo europeo. Essi si alternano stancamente nel racconto di frammenti di vita, pagine di storie permeate di sconforto e rassegnazione.

Quello cui assistiamo è una storia nella storia, popolata dai protagonisti dell’opera brechtiana (Jenny, Puntila e Groucha diventano le tre prostitute-cameriere, coadiuvate da Madre Coraggio mentre aleggia nella sala l’anima di Arturo Ui), in un luogo-non luogo che rimanda all’opera musicale-teatrale nata dalla collaborazione tra il drammaturgo tedesco con il musicista Kurt Weil (entrambi costretti a emigrare), brani che, nell’adattamento di Ferdinando Farò, risuonano quale colonna sonora del secondo atto.

Uno spettacolo difficile, permeato dalla malinconia e sfiducia verso la condizione umana.

Emilio Russo dedica lo spettacolo ai

“profughi e viaggiatori di tutte le epoche, senza passato e senza futuro. Nessuno riuscirà a trattenere risate e lacrime, prima del grande buio, anche se in fondo è dentro noi stessi quella piccola luce non è mai stata del tutto spenta.”

Una rappresentazione che riflette e fa riflettere. Il tempo passa, cambiano le epoche, ciò che resta immutato è la crudeltà verso se stessi e i propri simili.

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