#Dillo al mare è l’ennesimo abuso di una (stanca) metafora

Molti film sono stati elaborati con un preciso intento, ma poi pubblico e/o critica hanno stravolto il significato presunto o semplicemente ignorato i suoi presupposti.
Uno dei “giochi” più divertenti che piace fare a noi cinefili è ipotizzare un diverso corso degli eventi, in cui un film, anziché ottenere i risultati noti e fissati nel tempo, fosse magari andato per un’altra strada; o anche come sarebbe potuto diventare se riletto in genere differente.

Perciò non penso di fare un torto a tutta l’organizzazione dietro a questo inconsueto film se lo definissi una “parodia”. Dal momento che ha un’ossatura traballante e ha lasciato non poche perplessità, ho finito per attribuirgli tutto un altro scopo, forse assurdo, ma non per questo inverosimile: e se “Dillo al mare” volesse prendere in giro i turisti e le loro preconfezionate idee sulla tipica villeggiatura in una tipica città italiana? Non starei andando fuori tema, dopotutto.

Tornando comunque agli elementi certi – due ragazzi orfani, una cittadina tranquilla e una signora dal passato misterioso – non posso aggiungere altro se non che questi elementi non sono stati a mio parere sufficienti a rendere il film quanto meno godibile, se non strepitoso.
Sfociante persino nell’horror, forse lontanamente ispirato alla trama del celeberrimo “La casa dalle finestre che ridono” (anche se all’origine del film c’è in realtà l’omonimo racconto di Margot Sesani), il film delude sin dai primi minuti e sin dalle prime, inverosimili battute.

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Questi due giovani dovrebbero essere per ovvie ragioni squattrinati, ma possono essere scambiati per due ordinari e annoiati benestanti in cerca di una villa da affittare (questo favore è concesso qui dalla benevola Suor Adriana, colei che li accolse nell’Istituto Mater Dei).

Posseggono due immensi talenti, sanno usare perfettamente le mani in sintonia con la mente, ma hanno anche una melensa passione per lunghi discorsi pronunciati come da un palcoscenico immaginario e costruiti attorno a un inusuale lessico altisonante (che poi abbandonano quando tornano a essere circondati da altre persone).

Gli elementi irrealistici non finiscono qui: come se le casa portasse iella, Delfo (lui) inizia a essere irrequieto, e arriva ad aggredire verbalmente la sua compagna (di nome Salina, in linea con l’ambientazione marittima). La signora Emma, padrona della villa che loro vanno ad abitare, ha tutti i presupposti per essere una “pazza: ipertensione, dimenticanze da demenza senile e per di più un ex fidanzato brigatista che l’ha abbandonata quando era una ragazzina. Dimenticavo: in gioventù ha anche subito un forte trauma, in aggiunta a questi già tremendi malanni.

Insomma… non c’è un po’ troppa coincidenza? 

Anche se il Cinema non sarà mai la realtà, non va negato il fatto che qualsiasi arte posta dall’uomo, che sia la prima o la settima, è allegoricamente un paio di occhiali con cui vedere meglio. Perciò inserire, in una qualsiasi storia, dei cliché fastidiosi e ormai superati può essere fuorviante, anche se al lavoro si è messa una troupe che ha tutti i meriti del mondo, dal suono alla scenografia, tranne forse un montaggio anch’esso troppo sopra le righe, a cui però chiudiamo un occhio se ci limitiamo anche solo alla equilibrata fotografia di Dario Germani.

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