#In fuga dal sogno americano a bordo di un camper

Ambulanti, vagabondi, lavoratori stagionali e anime inquiete ci sono sempre stati. Ma adesso, nel secondo millennio, un nuovo tipo di tribù errante sta emergendo. Persone che non avevano mai immaginato di diventare nomadi si mettono in viaggio.

Dal 2013 e per tre anni la giornalista americana Jessica Bruder ha girato gli Stati Uniti per documentare la vita delle nuove tribù di nomadi, un fenomeno sempre più esteso sul territorio americano. Ne è nato “Nomadland” (2017), un racconto d’inchiesta che la regista Chloé Zaho ha poi re-interpretato in un film premiato da poco a Venezia con il Leone d’Oro.

Non “senzatetto” ma “senza casa”, i nuovi nomadi americani viaggiano con abitazione al seguito: roulotte, camper, furgoni rivisitati, vittime di un sistema economico sempre più pressante e difforme che, con la crisi del 2008, ha visto un precipitoso peggioramento delle condizioni di vita di cittadini spesso anche più che benestanti.

Una scelta estrema che per molti ha rappresentato una vera svolta per uscire da un meccanismo stritolante ed essere liberi di vivere con meno risorse a disposizione. La necessità di essere vandweller (“abitanti di van”) è però funzionale allo spostarsi per il paese in cerca di occupazioni stagionali. Fenomeno affatto nuovo agli americani che già con la Depressione degli anni Trenta furono costretti a stiparsi in case su quattro ruote e mettersi in viaggio.

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L’autrice realizza presto che l’unico modo per comprendere questa sub-cultura in ogni sua sfaccettatura è viverla e, munita di un furgone chiamato Halen, macina 24.000 chilometri da un confine all’altro dello Stato trasformandosi in nomade a tempo determinato.

Il racconto si snoda sulle vicende di Linda May che la Bruder seguirà con affetto e partecipazione fino all’ultima riga. Linda è intraprendente, forte e gioiosa. Reduce da una vita travagliata in cui ha svolto diversi lavori con ottimi risultati, si è ritrovata sessantenne sulla soglia della povertà. E per svincolarsi dalle regole di un gioco ingiusto si mette in viaggio con il sogno di poter costruire un giorno una Earthship (abitazioni autosufficienti, eco-sostenibili e realizzate con materiali naturali o di recupero).

Workcamper è un altro termine con cui vengono definite queste tribù che macinano chilometri alla ricerca di un’occupazione. Gli intervistati sono per la maggior parte ultrasessantenni prossimi alla pensione, ma si ritrovano a svolgere mansioni fisicamente logoranti e spesso sottopagate.

Il più agguerrito reclutatore in tal senso è Amazon che ha colto l’opportunità di un momento di crisi attuando una forte campagna persuasiva per invogliare i lavoratori e reperire manodopera. È così che nei concitati mesi invernali i nomadi affluiscono verso i vari centri, disposti a fare lavori fisicamente usuranti che li costringono a imbottirsi di antidolorifici.

I workcamper lavorano anche come host nei campeggi durante i mesi estivi, come addetti a giostre e bancarelle in fiere e luna-park, o prestandosi alla raccolta delle barbabietole. Le testimonianze del libro si dividono tra chi denuncia condizioni di sfruttamento e chi stringe i denti nella consapevolezza che la fatica prima o poi finirà e ci si potrà rimettere di nuovo in viaggio.

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Molti dei vandweller hanno un’indole solitaria ma imprescindibile è il bisogno di uno scambio umano. Tra le pagine incontriamo anche Bob Wells, pioniere del movimento e punto di riferimento, da anni racconta la sua esperienza sulle pagine di un sito diventato ormai popolare. Ispirata dal suo modello è sorta una salda comunità virtuale con forum, blog e gruppi Facebook. E soprattutto raduni periodici dove potersi incontrare.

“[…] costruivano il proprio insieme di convenzioni, sperimentavano strategie di sopravvivenza e diffondevano le migliori, formulavano dei piani per vivere sull’altra faccia dell’economia.

Il “Rubber Tramp Rendezvous” a Quartzsite è uno di questi. L’inospitale cittadina nel torrido deserto dell’Arizona in inverno si anima di case su quattro ruote, diventando luogo di convivialità, scambio e anche formazione con seminari per apprendere o migliorare la vita da vandweller.

Pur nelle difficoltà i nuovi nomadi hanno cercato di trasformare un bisogno in qualcosa di costruttivo, come Linda stessa afferma “Tutta la mia vita è stata di alti e bassi […] e il momento più felice è quello in cui possiedo pochissimo.”. Uscire da un sistema stritolante può essere una liberazione che, con il giusto approccio, porta alla riscoperta di valori perduti.

La verità […] è che le persone sono capaci di lottare e allo stesso tempo di conservare il proprio ottimismo, anche davanti alle sfide più ardue.

Linda, alla fine, riesce a trovare un lotto di terreno isolato in una cittadina di confine nel deserto dell’Arizona dove poter costruire la sua Earthship e realizzare il sogno di libertà nell’ autosufficienza. Ma una domanda aleggia tra le pagine: quando queste persone invecchieranno o non saranno più in grado di spostarsi per lavorare, cosa ne sarà di loro?

Molti dei moderni nomadi che ho intervistato dicono che non torneranno mai indietro […] e questo  significa che dovranno vivere nascondendosi, in modo intermittente, fino alla fine dei loro giorni.

Quella dei vandweller è una sottocultura ancora non del tutto accettata dalla società e in alcuni stati anche osteggiata, forse proprio per questo il sistema non ha ancora trovato il modo e forse il desiderio di supportarli. Per loro si prospetta un futuro incerto dove vivere alla giornata perseguendo la prossima meta sembra essere, per ora, l’unica soluzione.

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