A livello storico, ma anche accademico, il modo di intendere il genere, o meglio l’identità di genere, vista come l’insieme più o meno coerente delle differenze di ordine simbolico, culturale e sociale con cui vengono identificate donne e uomini e che generano, dunque, nell’individuo e negli altri specifiche aspettative, è cambiato notevolmente. Possiamo individuare due archetipi, dunque segni sintetici, di due differenti accezioni e approcci che possono essere rappresentati da altrettante immagini molto familiari e di grande significato per l’uomo: l’àncora e l’acqua.

Pensare l’identità di genere come àncora, magari con un’influenza di stampo più funzionalista, vuol dire considerarla come un nucleo fondante del mondo interno – cosa penso, mi aspetto, desidero per me e da me – ed esterno – cosa gli altri pensano, si aspettano, desiderano per me e da me – che ha sicuramente dei vantaggi dal punto di vista pratico se si considera la maggioranza. Il vantaggio primo di avere un nucleo solido e fondante è il fatto che, durante periodi di crisi (economiche, sociali, culturali) l’individuo ha appunto un’”àncora” a cui aggrapparsi per non affogare a fronte della liquidità, la quale caratterizza il nostro mondo odierno che ci vuole sempre più veloci, sempre meno riflessivi. L’influenza funzionalista nasce proprio da questa scelta di avere uno sguardo il più ampio possibile, così da poter inglobare più individui possibili nelle proprie analisi “quantitative”, ovvero nella ricerca di quei “numeri significativi” che permettono agli sperimentatori di costruire teorie e schiarire un po’ di più il sentiero buio che è la nostra realtà, prendendo in prestito una metafora di Berger e Luckmann.

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D’altra parte, se questo modo di intendere il genere vale per la maggioranza, a volte, in casi specifici, questa categorizzazione solida, se non coatta in alcune forme estreme, può essere percepita come opprimente e limitante; dunque non più àncora, ma acqua. L’identità dell’individuo, e non solo quella di genere, è spesso definita come energia pura che, nell’interazione sociale, si cristallizza (vedere Simmel); questa cristallizzazione può avere effetti più o meno contrastanti e percepiti dagli individui in modi significativamente diversi. Se prima abbiamo analizzato l’identità secondo un approccio che ricerca l’armonia del tutto, quale potrebbe essere per l’appunto il funzionalismo, ora la dimensione teorica, che in qualche modo punta la propria lente teorica sulle individualità, e che usa metodi qualitativi dal punto di vista tecnico, è quella dell’interazionismo simbolico. La base teorica è proprio la capacità dell’uomo e della donna di creare significati per sé e per gli altri, non fissi nel tempo o nello spazio, ma mutabili nell’hic et nunc. Il vantaggio di questo modo di intendere l’identità di genere è appunto il fatto che spiega in modo più ecologico casi specifici di transizione, permanente o temporanea, fra i due generi, o addirittura il non potersi identificare in questa dualità come negli individui non-binary.

Partendo quindi, tenendo però a mente come siamo arrivati questo punto, col presupposto che l’identità di genere possa cambiare in base alla storia individuale degli essere umani, si può analizzare, usando uno strumento teorico quale la descrizione dei riti di passaggio di Van Gennep, una storia cinematografica che ripercorre la storia vissuta di quella che viene considerata storicamente la prima donna transessuale, ovvero Lili Ilse Elvenes nata col nome di Einar Mogens Andreas Wegener, in “The Danish Girl”.

Il primo passaggio della teoria formulata dal sociologo è la fase pre-liminare, di rottura secondo Turner: è il momento accidentale, come si vede nel film, in cui l’individuo viene esposto ad esperienze che possono mettere in crisi il modo di intendersi dal punto di vita fisico, psicologico e sociale. Un evento non previsto, e tanto meno voluto, che mette in gioco un’intera esistenza, che distrugge la forma cristallizzata che era prima e che porta l’individuo a uno stato primordiale di “a-morfità” e separazione col passato.

La seconda fase è quella liminare, di sospensione sempre con il linguaggio di Turner: in questa fase la forma è fluida, cambia seguendo momenti accidentali, ma anche cercati questa volta, voluti dall’individuo ancora in forma intermedia. L’incapacità di ricostruire una forma definibile a livello sociale spaventa se stessi, ma anche gli altri; come spesso accade, la risposta più forte alla paura è la violenza, fisica o simbolica, che va a colpire l’altro con lo stigma di “deviante”. Un’esistenza, se volessimo analizzarlo da un punto di vista un po’ più umano, non facile, considerando le enormi difficoltà inerenti alla transizione per il vissuto del singolo, quest’ultimo che deve affrontare anche lo stigma e l’esclusione, in casi fortunati, degli altri.

L’ultima fase è quella post-liminare, o re-integrazione: momento sintetico e integrativo di un vissuto, lacerato prima e ricostruito dopo, che può finalmente ricristallizzarsi in una forma diversa e poter vivere un’altra esistenza, nel caso delle persone transessuali continua la dinamica di scontro fra l’individuo nuovo e la società. Caratteristica fondamentale di questa fase è l’operazione di significazione retroattiva, detto più semplicemente, il modo di interpretare il passato che non è dato una volta per tutte, ma sulla matrice interpretativa del presente: è l’oggi che ci permette di capire e modificare l’ieri.

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