#David Golder e l’insostenibile peso della ricchezza

Era un uomo di più di sessant’anni, enorme, le membra grasse e flaccide, gli occhi color dell’acqua, chiari e vivaci; folti capelli bianchi gli incorniciavano il viso devastato, duro, come plasmato da una mano tozza e pesante.

Irène Nemirovsky prima di scrivere un libro riempiva interi quaderni con dettagliate biografie dei suoi personaggi, e si vede. Già le prime righe danno l’impressione di aver colto l’essenza del protagonista della storia: l’implacabile uomo d’affari ebreo David Golder.

Ambientato nella Francia libertina e spumeggiante a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, il romanzo  è il ritratto di un’esistenza consumata nel lavoro, sotto la spinta del potere e del denaro. Sessantenne malato, stanco e incapace di porre fine alla logorante ambizione che lo ha reso ricco e solo, Golder è sposato con una donna per cui prova solo eterno fastidio; mentre Joyce, la bella figlia superficiale  pare essere l’unica destinataria dei buoni sentimenti che conosceremo in lui; perché l’attaccamento al dio denaro vibra tra le pagine, è viscerale, pare l’unica cosa che importi.

Gli affari non vanno bene per l’uomo, il suo socio si suicida dopo la rottura del loro accordo, la malattia e la paura della morte tornano sempre più spesso a visitarlo, eppure non riesce a fare a meno di quel mondo che pure disprezza (“E quanto costava quella vita idiota!”) perché rappresenta l’unica esistenza possibile per lui.

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[…] Più tardi la bella gente di Biarritz avrebbe invaso la casa… solo a pensarci gli si rivoltava lo stomaco […] E più si faceva vecchio e malato, più si stancava della gente, del chiasso, della sua famiglia e della vita.

La ricchezza pare pesare addosso a Golder come una zavorra che lo rende stanco, burbero e indigesto alla vita. Non conosce gioia e insegue la sua condanna tanto che il fallimento a cui andrà incontro sembra rappresentare un momentaneo sollievo per lui (da cui presto, però, si ridesta). Questo libro ci racconta anche di una sorta di ineluttabile destino: quello dell’ebreo che accumula soldi senza mai avere la facoltà di goderne, tanto che sul finale un briciolo di compassione potrebbe far capolino nel lettore. Perché non c’è pietà nei personaggi di questa storia, anche di fronte alla morte che incombe nessuno ha compassione di Golder e nemmeno lui per sé stesso. Spingendosi oltre per un ultimo affare, più per l’affanno di conquistare fino alla fine l’amore dell’indifferente figlia che per sé, non potrà che soccombere al preannunciato destino di solitudine che lo attende.

Perché quel vecchio ebreo gli ricordava tanto spesso un cane malato, allo stremo, ma che ancora si rigira digrignando i denti, ringhiando selvaggiamente, per dare l’ultimo, violento morso?

Némirovski è descrittiva, profonda, ma non nasconde nulla. È un romanzo che senza mollare mai la presa ci parla dei lati peggiori dell’essere umano dove i personaggi sono portati alle estreme conseguenze, in cui brama e avidità sono come pozzi senza fondo. La penna è lama che senza pietà affonda nelle bassezze dell’anima, in quel disperato attaccamento ai soldi che è poi disperato attaccamento alla vita. Un romanzo intriso di avidità e disperazione, ma mentre l’una traspare senza ritegno, l’altra la si respira tra le righe.

Diretto e privo di fronzoli “David Golder” divenne un caso editoriale grazie a Bernard Grasset, l’editore che si stupì nel trovarsi di fronte una piccola donna a reclamarne i diritti. Conteso da cinema e teatri, fu però anche oggetto di critiche, Némirovski venne tacciata di anti-semitismo per il modo apparentemente privo di compassione con cui il protagonista ne è rappresentato.

Irène Némirovski, ebrea nata a Kiev da una famiglia dell’alta borghesia, crebbe con un padre uomo d’affari e una madre vanitosa e presa da sé stessa che divennero inevitabili figure dei suoi romanzi (di cui “David Golder” ne è un esempio), e che forse contribuirono a quell’attitudine all’isolamento che la portarono, bambina, ad avvicinarsi alla scrittura. Gli anni Venti coincidono con il trasferimento della famiglia in Francia a causa del clima di oppressione nato in Russia, e con la pubblicazione dei primi racconti. Lì l’autrice visse inizialmente trasportata dal clima senza freni dell’epoca per poi acquietarsi e mettere su famiglia con Michel Epstein. Anni sereni in cui la sua attività di scrittrice proliferò, ma destinati a durare poco. Il mondo andava incontro a un’altra guerra e Irène, nonostante gli sforzi e stratagemmi messi in atto, non sfuggì alla leggi razziali. Fu deportata ad Auschwitz dove morì nel 1942, lasciando incompiuto e postumo il suo romanzo più famoso: “Suite Francese”.