C’è un rito che si compie ogni giorno in Italia, milioni di volte, tra la fine di una notte e l’inizio di un mattino. Il gesto di avvicinarsi a un bancone, chiedere un caffè, aspettare quei pochi secondi prima che la tazzina arrivi tra le mani. Un gesto antico, quasi sacro, che nei locali di cui parliamo ha assunto nel tempo una dimensione diversa: quella della storia, della politica, dell’arte, della vita di una nazione. In Italia, il bar non è mai stato solo un posto dove bere qualcosa. È stato un palcoscenico, un rifugio, un’aula universitaria senza cattedra. Un luogo dove le idee si mescolano al vapore dell’espresso e le conversazioni possono cambiare il corso delle cose. Cinque locali, cinque città, cinque storie che attraversano tre secoli di vita italiana e ci raccontano chi siamo stati, chi vorremmo essere, e perché continuiamo a tornare al banco.

Il caffè più antico del mondo vive a Venezia dal 1720: storia del Caffè Florian

La mattina del 29 dicembre 1720 un veneziano di nome Floriano Francesconi aprì le porte di un locale sotto le Procuratie Nuove di Piazza San Marco. Lo chiamò Alla Venezia Trionfante, ma i veneziani, con quella loro capacità di ridurre ogni cosa a qualcosa di familiare, cominciarono subito a chiamarlo diversamente. “Andemo da Florian”, dicevano, e così il nome rimase. Attraverso i secoli, la caduta della Serenissima, le occupazioni francese e austriaca, due guerre mondiali, le acque alte sempre più frequenti — il Caffè Florian è ancora lì, e il caffè non ha mai smesso di essere servito.

È il più antico caffè d’Italia, e varcarne la soglia significa entrare in un luogo dove la storia non è un’astrazione ma una presenza fisica. Visibile sulle pareti affrescate, negli specchi dorati, nei ritratti della Sala degli Uomini Illustri. Giacomo Casanova vi corteggiava le dame — e il Florian era uno dei pochi locali veneziani dove le donne potevano entrare, grazie alla clientela d’élite che lo frequentava. Carlo Goldoni vi entrò da ragazzo e vi trasse ispirazione per la sua Bottega del Caffè, dove il personaggio di Ridolfo è modellato direttamente su Floriano Francesconi.

Le sue sale — la Sala Cinese, la Sala Orientale, la Sala del Senato, la Sala delle Stagioni, la Sala degli Uomini Illustri, la Sala Liberty — sono il risultato di un restauro che nel 1858 trasformò quello che era ancora un caffè relativamente semplice in un’opera d’arte totale. L’architetto Ludovico Cadorin fu incaricato di questo lavoro, dando vita a tavolini in marmo, intagli in legno, reggilumi a gas scultorei e specchi che moltiplicano la luce rimandando i riflessi del tempo.

Al Florian si sono seduti Lord Byron e Goethe, Gabriele D’Annunzio ed Eleonora Duse, Andy Warhol che lasciò nel libro delle firme la sua Campbell, Clint Eastwood che preferì una birra al caffè. Ed è proprio al Florian che un sindaco-poeta di fine Ottocento, Riccardo Selvatico, ebbe l’intuizione di organizzare la prima esposizione internazionale d’arte della città, quella che oggi conosciamo come Biennale di Venezia.

Durante i moti del 1848 il caffè accolse i feriti della rivolta, trasformandosi per qualche tempo in ospedale improvvisato. Non chiuse mai. Nemmeno durante le due guerre mondiali. Quella di non chiudere sembra essere la vocazione più profonda del Florian: restare aperto mentre il mondo fuori si spacca e si ricompone, servire caffè mentre la storia prende le sue svolte impossibili.

Il salotto intellettuale di Napoli: il Gran Caffè Gambrinus dal 1860 tra arte, politica e sfogliatelle

Napoli, 12 maggio 1860. I Borbone sono ancora al potere — per poco. Vincenzo Apuzzo inaugura un Gran Caffè affacciato su Piazza Plebiscito e Palazzo Reale. È subito un successo. I pasticceri, i gelatai, i baristi tra i migliori d’Europa che lavorano al locale procurano al Caffè il riconoscimento per decreto di Fornitore della Real Casa. È solo l’inizio.

Tra il 1889 e il 1890, passato nelle mani del nuovo proprietario Mario Vacca e ristrutturato dall’architetto Antonio Curri in stile Beaux-Arts, il caffè assume il nome con cui lo conosciamo oggi: Gran Caffè Gambrinus, dal nome del mitologico re delle Fiandre considerato patrono della birra. Gli interni si riempiono di stucchi, statue, affreschi, quadri: diventa una galleria d’arte che è anche un bar, o un bar che è anche una galleria d’arte. La distinzione, qui, non ha mai avuto molto senso.

Gabriele D’Annunzio era frequentatore assiduo: fu ai tavolini del Gambrinus che, per scommessa con il poeta Ferdinando Russo, compose ‘A vucchella, poi musicata da Francesco Paolo Tosti. Matilde Serao ed Eduardo Scarfoglio frequentarono il caffè, e fu qui che maturò l’idea di fondare Il Mattino, il cui primo numero uscì il 16 marzo 1892 — il quotidiano che ancora oggi è la principale voce della stampa napoletana. Oscar Wilde si recò a Napoli dopo i tristi giorni di prigionia, e Jean-Paul Sartre scrisse pensieri sulla città ai tavolini del Gambrinus.

Nel 1938 il prefetto Marziale ordinò la chiusura del Gambrinus, perché considerato luogo di ritrovo antifascista. I locali furono destinati ad ospitare il Banco di Napoli. Fu l’imprenditore Michele Sergio, nei primi anni Settanta, a credere nella rinascita del locale: acquistò la gestione e avviò un lungo, paziente lavoro di restauro degli stucchi e degli affreschi. Oggi il Gambrinus è proprietà della famiglia Sergio e Rosati, è la tappa obbligata di ogni Presidente della Repubblica in visita a Napoli. Il 21 marzo 2015 la famiglia Sergio ebbe l’onore di servire la colazione a Papa Francesco.

Il Gambrinus è anche il luogo dove è nata, nella seconda metà dell’Ottocento, la tradizione del caffè sospeso: pagare un caffè in anticipo per le persone povere che non possono acquistarlo. Una pratica di solidarietà anonima che il Gambrinus ha custodito attraverso i decenni e ha contribuito a far conoscere al mondo.

Eleganza e Risorgimento sotto i portici milanesi: il Caffè Cova dal 1817 a Via Montenapoleone

Corre l’anno 1817 quando Antonio Cova apre il Caffè del Giardino a lato del Teatro alla Scala. Lo chiama così perché si trovava all’angolo tra corsia del Giardino e via San Giuseppe — le odierne Via Manzoni e Via Verdi. Milano ben presto lo ribattezza semplicemente il Cova, come si usa chiamare le cose che si amano e si frequentano da sempre.

Gli interni sono pensati per stupire: lampadari, specchi, bancone in frassino d’Ungheria con intarsi di noce d’India, saloni per balli e concerti. Il Cova diventa il ritrovo del dopo-teatro, dove l’élite della Milano ottocentesca si incontra per continuare nella conversazione quello che sul palco della Scala si era appena concluso. Giuseppe Verdi, Arrigo Boito, Giovanni Verga, Giuseppe Mazzini, Benedetto Cairoli — tutti frequentatori del Cova, che trovavano qui uno spazio per le loro idee e riunioni.

Durante le Cinque Giornate di Milano del 1848, una palla di fucile spaccò una specchiera del Cova. Antonio Cova non volle sostituirla e vi fece incidere Marzo 1848, conservandola come cimelio. Era un modo di custodire la storia nel corpo vivo del locale, di farne parte di sé.

Ernest Hemingway conobbe il Cova durante il suo soggiorno a Milano nel 1918, convalescente dopo essere stato ferito sul fronte del Piave. Nel 1929, in Addio alle armi, scrisse di voler portare lì la sua amata, cenare al Cova e poi camminare per la Via Manzoni. Una delle evocazioni letterarie più precise e affettuose mai dedicate a un caffè italiano.

Nel 1943 il locale fu colpito dai bombardamenti, come il vicino Teatro alla Scala. Nel 1950 si trasferì in Via Monte Napoleone 8, cuore del nascente Quadrilatero della moda. Nel 2013, Cova passa sotto il controllo del gruppo LVMH. Ma la sede milanese resta il centro di tutto: un luogo dove ogni panettone è fatto secondo una ricetta del XIX secolo, e ogni sala racconta quella Milano borghese, patriottica e raffinata che Antonio Cova aveva immaginato aprendo le sue porte più di duecento anni fa.

La nascita del tramezzino e un caffè in stile liberty: il Caffè Mulassano di Torino dal 1907

Trentuno metri quadri. È poco più di un salotto, eppure il Caffè Mulassano di Piazza Castello a Torino è uno dei luoghi più densi di storia gastronomica d’Italia. Boiserie di legno scuro, soffitti affrescati, bancone in marmo pregiato, specchi che riflettono una Torino d’altri tempi: ogni centimetro racconta qualcosa.

L’attività di Amilcare Mulassano inizia nella seconda metà dell’Ottocento con una liquoreria in Via Nizza, per poi trasferirsi nel 1907 in Piazza Castello. Il progetto architettonico è opera dell’ingegnere Antonio Vandone di Cortemilia, e il risultato è un gioiello dello stile liberty. I decori lignei interni non sono fissati al muro ma raccordati tra loro e scostati di alcuni centimetri, progettati per poter essere spostati agevolmente in caso di trasloco — cosa che fortunatamente non è mai avvenuta.

Nel 1925 il locale passò ad Angela e Onorino Nebiolo, due migranti torinesi che rientravano in patria dopo aver soggiornato alcuni anni a Detroit. I nuovi proprietari introdussero due grandi novità: il toast e soprattutto il tramezzino. Angela aveva l’idea di usare lo stesso pane morbido senza tostarlo, eliminare la crosta e farcirlo con ingredienti semplici ma saporiti. Una targa all’interno del caffè lo ricorda senza sfarzo: “Nel 1926, la signora Angela Demichelis Nebiolo inventò il tramezzino”.

Il nome, però, lo scelse qualcun altro. Gabriele D’Annunzio, frequentatore assiduo del Mulassano, propose di sostituire il termine inglese sandwich con uno italiano: tramezzino, come diminutivo di tramezzo, rimandando all’idea di uno spuntino da consumare tra un pasto e l’altro. Era uno dei tanti neologismi che il Vate aveva il dono di inventare, e come gli altri si impose rapidamente.

Nel 2026, l’anno in cui scriviamo, il tramezzino celebra esattamente cento anni di vita. Il Mulassano lo festeggia con un programma di eventi, degustazioni e un ritratto ufficiale di Angela Nebiolo — mai ritratta finora — che sarà collocato permanentemente all’interno del Caffè. La reputazione del Mulassano era tale che anche il re e la regina non disdegnavano di venirvi a bere il caffè, motivo per cui, fino al 1926, il locale fu guarnito da pesanti tende rosse per delimitare lo spazio dei reali.

Il caffè senza porte: il Caffè Pedrocchi di Padova, aperto giorno e notte per quasi un secolo

C’è un detto a Padova che identifica la città attraverso tre assenze: la città dei tre senza, ovvero il Santo senza nome, il prato senza erba e il caffè senza porte. Il Santo è ovviamente Sant’Antonio, il Prato è il Prato della Valle, e il caffè senza porte è il Caffè Pedrocchi, che dal 1831 al 1916 rimase aperto 24 ore su 24, ininterrottamente per 85 anni.

La storia comincia nel 1772, quando il bergamasco Francesco Pedrocchi aprì a Padova una bottega del caffè. Fu suo figlio Antonio, ereditata la proprietà, a decidere di acquistare l’intero isolato e affidare il progetto all’architetto veneziano Giuseppe Jappelli, che nel 1831 consegnò un edificio eclettico di stile neoclassico.

Il Pedrocchi ha tre sale al piano terra che rendono omaggio al tricolore italiano: la Sala Bianca, la Sala Rossa e la Sala Verde. La sala Verde era aperta a tutti senza obbligo di consumazione; anche gli studenti più squattrinati potevano fermarsi per leggere un giornale. Da qui sembra aver origine il detto ancora oggi in uso restare al verde.

L’8 febbraio 1848 il Pedrocchi fu teatro della coraggiosa rivolta degli studenti universitari contro gli Austriaci, moti che costarono la vita a due ragazzi dell’Ateneo. Il colpo della pallottola è ancora visibile nella parete della Sala Bianca. Da allora l’8 febbraio si celebra la Festa della Matricola.

Lo scrittore Stendhal visitò Padova e rimase folgorato dal Pedrocchi: in La Certosa di Parma lo definì il migliore ristoratore d’Italia. Il caffè rimase aperto ininterrottamente fino al 1916, quando durante la Prima Guerra Mondiale le autorità vietarono gli assembramenti notturni per evitare che il nemico austriaco scorgesse le luci nel bel mezzo della notte. Per la prima volta in 85 anni, le porte si chiusero.

Oggi il Pedrocchi è ancora lì, vicino all’Università che ha sempre custodito. La sua specialità più famosa è il Caffè Pedrocchi alla menta: ideato nei primi anni Duemila dal barman Antonio Birollo, con un espresso, una soffice emulsione di latte e sciroppo alla menta e una spolverata di cacao amaro. Va bevuto senza cucchiaino e senza zucchero, lasciando che i tre strati si succedano in sequenza. È uno di quei gusti che non si dimenticano, come non si dimentica il luogo in cui si è assaggiati per la prima volta.

Perché questi luoghi resistono: il bar italiano come presidio civile e culturale

Ci sono almeno tre secoli di vita italiana racchiusi in questi cinque locali. Tre secoli in cui il caffè ha funzionato come spazio neutro, come terreno comune dove classi sociali diverse potevano sedersi allo stesso tavolo, dove le idee potevano circolare più liberamente che in qualsiasi altro contesto. È nell’Illuminismo settecentesco che questa funzione si afferma con più chiarezza, nei caffè dove si discute di filosofia, si leggono i giornali, si confrontano visioni del mondo. Ma è nell’Ottocento risorgimentale che raggiunge la sua intensità più alta: i patrioti si riuniscono al Cova di Milano, al Florian di Venezia, al Pedrocchi di Padova, e i sogni di una nazione unita prendono forma attorno a tazzine di caffè.

Quello che colpisce, guardando questi locali da una prospettiva lunga, è la tenacia con cui hanno attraversato le crisi: bombardamenti, chiusure forzate, epidemie, guerre, trasformazioni economiche e sociali radicali. Ognuno di loro ha rischiato di scomparire, e ognuno è sopravvissuto grazie alla determinazione di chi ha creduto che valesse la pena custodirlo. Non come museo, ma come luogo vivo.

Perché il caffè storico italiano non è un reperto, è un’istituzione in corso d’opera. È il posto dove ancora oggi ci si incontra per parlare, dove si prendono decisioni, dove si scrivono a volte le pagine migliori di qualcosa. È il luogo dove la storia italiana non si studia: si beve.