#Accetta il tuo destino e, forse, non sarai più solo

Albert Camus è un autore onesto e per lui l’uomo viene prima di tutto. Solitudine, alienazione ed estraneità fanno parte della ricerca dell’autore trasformandosi nei temi portanti dei suoi romanzi. Tanto vicini alla nostra contemporaneità da fargli vincere il Nobel per la letteratura nel 1957.

Uscito nel 1942 “Lo straniero” è uno dei suoi più famosi romanzi. Ambientato ad Algeri ha per protagonista Meursault, un giovane impiegato che vive come se nulla davvero lo toccasse. Al funerale della madre non versa una lacrima e dopo averla seppellita si gode un week-end al mare flirtando con Marie, una sua vecchia conoscenza. La routine procede come se niente fosse, e del dolore non c’è traccia.

Ho pensato che era comunque un’altra domenica passata, adesso mamma era al cimitero, avrei ripreso il mio lavoro e, tutto sommato, non c’era niente di diverso.

La vita va avanti in un’atmosfera priva di slanci né particolari opinioni riguardo a ciò che gli capita intorno. Meursault ha un vicino di casa, Raymond, che malmena la fidanzata. Quest’ultimo una sera lo invita a cena ponendo le basi per una presunta amicizia a cui il protagonista rimane indifferente ma che cambierà il corso della sua vita. Raymond, oltre che violento, è un tipo ambiguo e viene seguito a vista da un gruppo di arabi che vorrebbero vendicare la donna che lui maltratta. Un giorno invita il protagonista e Marie a trascorrere del tempo nella casa al mare di un amico ma durante una passeggiata sulla spiaggia Meursault, Raymond e il padrone di casa incontrano il gruppo di arabi che li minacciano con un coltello. Uno di loro ferisce Raymond che vorrebbe rispondere con il fuoco ma viene frenato da Meursault il quale, in un momento successivo, decide di tornare sul luogo per schiarirsi le idee dopo la vicenda. Incontra inaspettatamente uno degli arabi che sentendosi attaccato brandisce il coltello, Meursault sa che potrebbe voltarsi e tornare indietro ma accerchiato da un caldo che soffoca i pensieri, in un attimo estrae la pistola ritirata all’amico e spara.

Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, il silenzio eccezionale di una spiaggia dov’ero stato felice. Allora ho sparato altre quattro volte su un corpo inerte nel quale le pallottole si conficcavano senza lasciare traccia. Ed è stato come se bussassi quattro volte alla porta dell’infelicità.

Meursault è indifferente al suo gesto, non è pentito e non se ne dispera. Ma la morale comune che si palesa sotto forma di un giudice, del pubblico ministero, dei giurati, sembra porre l’accento su questa diversità. Tanto che durante il processo l’accusa si accanirà sulla freddezza da lui mostrata per la madre morta in un ospizio, fino a spingere le due parti a disquisire se l’accusato possegga un’anima o meno, in uno scenario vagamente sopra le righe dove Meursault aleggia senza esserne davvero parte (“Persino dal banco dell’imputato è sempre interessante sentir parlare di sé”).

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Viene condannato alla pena di morte e, nonostante qualche sussulto in lui faccia percepire che non ne sia del tutto rassegnato, accetta la fine come destino ineluttabile dell’uomo. E proprio in questa disperata sorte comune Meursault ritrova la vicinanza con la vita riappacificandosi con il mondo, sentendosene di nuovo parte.

“[…] di fronte a quella notte carica di segni e di stelle mi aprivo per la prima volta alla tenera indifferenza del mondo. Nel riconoscerlo così simile a me, finalmente così fraterno, […] perché mi sentissi meno solo, dovevo solo augurarmi che ci fossero molti spettatori il giorno della mia esecuzione, e che mi accogliessero con grida di odio.

Cosa suscita in noi Meursault? Per tutta la lettura saremo forse spinti a cercare un senso nei suoi gesti. Ma Camus non ci sta chiedendo questo, ci vuole osservatori della vita del protagonista e, come lui, ci chiede di lasciarla accadere accettandone ogni risvolto.

Nonostante ciò il giudizio lavora sotterraneo tra le pagine, e dentro di noi, quasi fino a compiersi nell’atto di rottura, l’omicidio, che inevitabile porta a una condanna forse inconsapevolmente attesa. Essa, però, sembra anche liberare l’uomo dal suo destino di solitudine e alienazione sciogliendone  le emozioni più profonde.

L’atto di Meursault spacca il romanzo in due prospettive: all’inizio quella ampia di una città abbagliata dal sole dove tutto può scivolare senza lasciare traccia, poi quella ristretta delle quattro mura di una prigione. L’uomo qui è a contatto con la sua coscienza, non ha scampo, è vicino a sé stesso e i sentimenti affiorano e dolorosamente chiamano.

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Mi sono sentito assalire dai ricordi di una vita che non mi apparteneva più, ma in cui avevo trovato le mie gioie più povere e più tenaci: odori d’estate, il quartiere che amavo, un certo cielo di sera, il sorriso e i vestiti di Marie

Albert Camus “nella sua vita si sentirà straniero per tutti” (citazione di Roberto Saviano nell’introduzione al libro). Francese ma nato nel 1913 in Algeria, cresciuto in una famiglia umile, studente brillante si laurea in filosofia e lavora come attore e giornalista. È attivo in politica per combattere il nazi-fascismo, ma si distacca da qualsiasi partito o credo nel momento in cui viene meno il pensiero libero e la dignità, per lui valori e diritti di ogni essere umano. Muore in un incidente stradale nel 1960, anche lui vittima di un folgorante destino a cui non ha potuto opporsi.