#Quanto emerge per errore, costituisce un nucleo focale del dialogo

Quante volte lo avevo fatto? In quante stanze sconosciute ero stato da solo? Quante bottiglie avrei svuotato prima della fine? Dopo la mia morte, sarebbe stato divertente misurare la mia vita in termini statistici: quantità di vino bevuto.

 Avevo l’impressione che fosse esistito un mondo, una volta, in cui le cose erano state cariche di autenticità, in cui potevi andare in chiesa, presentarti ad un colloquio di lavoro, sposarti o avere figli, e che ormai tutto questo potesse essere fatto soltanto con un certo imbarazzo, in modo allusivo, evocativo. Quel senso di separazione dal mondo autentico non era frutto di un trauma subito in guerra; aveva iniziato a manifestarsi prima, quando ancora ero studente. Già all’università avevo avuto la sensazione che la mia infanzia fosse appartenuta a qualcun altro …

….. Trovavo, però, importante scoprire se quella sensazione fosse universale, comune o invece rara; e, in quest’ultimo caso, se avesse qualcosa di patologico. Faceva parte del mio lavoro chiarire dubbi del genere.

…..

Le città che avevo visitato, non mi avevano mai mostrato quel futuro che mi era stato promesso. Avevo raschiato con lo sguardo i loro muri, chiedendomi cosa nascondevano, avevo alzato gli occhi sulle finestre alte degli attici sopra i grandi magazzini, avendo imparato che guardare in su era l’unico modo per vedere.

Avevo visto il mondo degli atri, ma non vi avevo mai trovato posto.

Sembrava un numero impossibile da raggiungere, anche se amavo ricordare a me stesso che il viaggio più lungo comincia con un solo passo.

Non potevo andare laggiù, era ovvio. Avevo paura di amarla ancora ….. avevo anche paura di amarla meno. ….. E amarla troppo mi aveva rovinato la vita.

Nonostante questo, ero riuscito a ricomporre in modo quasi dignitoso i frammenti. Il risultato era fragile, fatto di pezzi incollati alla bell’e meglio.

 

Il libro racconta la storia di Robert Hendricks.

Prima di essere un medico è stato un orfano di padre, morto durante la prima guerra mondiale, cresciuto dalla madre in un piccolo villaggio inglese. Brillante studente, soldato e successivamente psichiatra.

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È la storia della sua vita, dei suoi amori, della sua solitudine.

Un uomo che per mestiere “cura” gli ammalati “dell’anima” e che per curare la sua dovrà fare un viaggio.

Hendricks ha sempre amato la sua solitudine, scelta in cui si rifugia, per non dover lottare con i demoni del proprio passato. Demoni con i quali non ha mai nemmeno provato a parlarci finché un giorno non riceve una lettera da un altro luminare della dottrina psicologica: il dott. Pereira che nulla sa di lui.

Sarà grazie all’astuzia del dott. Pereira che Robert inizierà a parlare facendo venir fuori i suoi tormenti ed infine riuscire a dialogare con essi e a far pace con il proprio passato.

Ci racconta, dai vari fronti della seconda guerra, il soldato che è stato, quello che ha vissuto, quello che ha dimenticato.

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L’amore per l’unica donna che abbia mai amato, di come l’abbia persa e di come non abbia mai smesso di amarla.

Lo studio appassionato per la psichiatria che lo ha portato alla ricerca di nuove terapie per curare i suoi pazienti.

Il rifugio nella solitudine come cura per la sua anima.

Il cerchio si chiude li dove era nato per dare speranza a quegli ammalati che gli stanno tanto a cuore.

Un libro che scava la complessità della natura umana e ce lo racconta nel modo più naturale possibile.

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