Non ho mail letto tanto prima, anzi non ho mai finito un libro in vita mia, le storie sono sempre state troppo lente per la foga del mio cervello. Entro in un mondo d’inchiostro che si mangia la casa, il bosco, la paura, la foga. La fame di cibo e di scura. Diventa il mio mondo. E lentamente la piovra nera rilascia i tentacoli delle mie viscere. I conati di vomito cessano. L’eroina fa le valigie dalla mia testa e le nebbie si alzano dalla mente. E una pace senza artifici si impadronisce di me.

«Lasciami qui» dico, prima del villaggio. Mamma frena senza protestare. Non dice nulla mentre scendo. Imbocco il sentiero che porta alla mia casa nel bosco, e i suoi occhi li sento attaccati alla schiena. Insieme al suo sguardo c’è qualcosa di fisico, doloroso, fragile, una sorta di elastico che mi cinge il petto, si piega nelle curve del viottolo, s’ingarbuglia fra i cespugli e si spezza intorno a un tronco, quando sono già distante, mi fa scattare in avanti e quasi cado. Scendo giù più veloce e il bosco mi inghiotte. Grido, come facevo da bambino, ero malato e non lo sapevo e ancora il medico non mi aveva ordinato le medicine.

Gioie, dolori, speranze mi entrano in testa, continuamente. Ho bisogno di fermarmi, ritrovo il sentiero del mio rifugio nel bosco, rientro nella mia casa, chiudo la porta alle voci, chiedo loro scusa e riabbraccio il mio letto, i miei libri, la tavola: una settimana straordinaria di silenzio, di medicina del fuoco e della pasta. E poi di nuovo le voci: i ceci e fagioli secchi, ultime creature rimaste sinora afone, gorgogliano nell’acqua dell’ammollo, mi chiedono di levarli dalla pentola sul fornello. Pure i cibi nelle scatole protestano appena provo ad aprirle. Solo la pasta non si ribella, mi sostiene, alla fine è solo un profumo vago nei pacchi di carta.

 

Come uscirne? Come fare per aiutare il tuo unico figlio, quel figlio tanto amato e desiderato che è caduto nella spirale del vortice dell’ autodistruzione e non riesce ad uscirne più? Quel figlio che si ti si rivolta contro, che arriva addirittura a prenderti a calci, ad ingiuriarti ogni volta che la sua mente si offusca.

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I genitori portano il figlio in una comunità di recupero, nel pieno cuore dell’Aspromonte. Un luogo selvaggio ed isolato dal resto del mondo dove le leggi della comunità vengono regolate da usanze arcaiche, ed è li che rimane confinato e ci dovrà restare fino a quando la sua mente non uscirà dall’offuscamento in cui si è annebbiata.

Ed è proprio in questo luogo selvaggio, dove gli animali, gli uomini e le piante in un intricato connubio di miti, leggende, tragedie umane si sorreggono l’un l’altro e si danno forza, si raccontano, che il protagonista del romanzo riuscirà a ritrovare se stesso e a superare il trauma che lo ha fatto piombare nell’autodistruzione.

È il protagonista del romanzo che con una prosa narrante diretta ci racconta la sua rinascita. Una storia fatta di traumi, ricordi, tragedie, paure, angosce e giorni passati nella più totale solitudine e di incredibili scoperte. Scoprirà i legami che uniscono gli alberi millenari, la fiducia del branco per il loro capo, la generosità e l’umanità anche da chi in passato è stato malvagio.

Li dove la scienza e la medicina si sono arresi, la natura è prevalsa.

Il libro è arricchito da una splendida selezione di disegni.

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