In un gelido mattino di gennaio, sul marciapiede di un ospedale universitario nel quartiere di Govan, a Glasgow, si incontrano due uomini che non avrebbero mai dovuto trovarsi insieme. Uno è uno sceneggiatore televisivo di successo, benestante, con la Tesla parcheggiata e il peso di trenta ore di travaglio di sua moglie ancora nelle mani. L’altro è un piccolo criminale di borgata, con la tuta sdrucita e una sigaretta in bocca, alla sua sesta paternità con sei donne diverse. Questa scena iniziale, raccontata da John Niven con una precisione quasi cinematografica, non è solo un incipit brillante: è una dichiarazione di poetica, un manifesto del tipo di letteratura che lo scrittore scozzese vuole fare, e che sa fare meglio di chiunque altro nel panorama britannico contemporaneo.

Padri nostri — titolo originale The Fathers, pubblicato nel 2025 e tradotto magistralmente da Marco Rossari per Einaudi nel 2026 — è il romanzo che meglio sintetizza tutto ciò che Niven ha costruito nel corso di una carriera letteraria costellata di provocazioni riuscite, di romanzi-shock e di una costante, irrinunciabile umanità di fondo. Jojo Moyes, in esergo, lo descrive come «l’erede scapestrato di Martin Amis e Irvine Welsh» capace di «scioccarti, farti ridere, spaventarti e spezzarti il cuore nello stesso paragrafo». Non è pubblicità ingannevole.

Una storia di padri in una città spezzata in due

Glasgow è il vero personaggio di questo romanzo. Non la Glasgow dei cartoline o dei documentari sulla rinascita post-industriale, ma una città fratturata in almeno due realtà parallele e impermeabili che convivono a pochi chilometri di distanza senza mai davvero incontrarsi — se non, per caso, su un marciapiede d’ospedale alle cinque di mattina.

Da un lato c’è Dan Chambers, cinquantenne di Hyndland — il quartiere alto, vittoriano, delle villette restaurate — che guida una Tesla, vive in una casa enorme con il riscaldamento a pavimento e il pavimento di quercia, e che ha speso trentamila sterline in fecondazione in vitro per riuscire ad avere il suo primo figlio dopo un calvario di nove tentativi. Dan è lo showrunner di McCallister, la serie poliziesca scozzese più longeva della televisione britannica, che lo ha reso ricco e celebre e al quale ha sacrificato vent’anni di ambizioni letterarie. Il romanzo che non ha mai scritto. Il conto aperto con sé stesso.

Dall’altro lato c’è Jada Hamilton, di Partick, settantacinque metri quadri al decimo piano di un casermone brutalista degli anni Sessanta, con il frigo perennemente vuoto e i ceppi aperti con il padrone di casa grazie a ricatti fotografici. Jada è un piccolo criminale poliedrico — furti, borseggi, traffico di merci rubate, qualche giro ai margini del narcotraffico — che vive di espedienti e di agilità mentale, un uomo dalla ferina intelligenza pratica e dalla totale mancanza di progetto morale. Ha sei figli da sei donne diverse. Al sesto, figlio di Nicola, una ragazza di diciannove anni, intende davvero cambiare vita. Si convincerà di poterci riuscire, almeno per qualche ora.

Niven costruisce questa storia su un principio narrativo semplice e potente: l’amicizia più improbabile diventa il reagente chimico che rivela la vera natura di entrambi. Dan e Jada si incontrano per caso, due negozianti di sonno sulle panchine di plastica di un ospedale pubblico, e poi continuano a incrociarsi con quella goffa determinazione delle coincidenze che sembrano non voler cedere. Non è una storia di redenzione facile, non è una favola progressista sulla classe sociale. È qualcosa di più complicato e più onesto.

Il black humour come strumento di verità

Niven è uno dei grandi maestri del black humour britannico, e Padri nostri ne è forse la dimostrazione più sofisticata. Il suo è un umorismo che non alleggerisce la realtà — la attraversa fino in fondo, lasciandola ancora più esposta e dolente. La risata qui non è mai un rifugio: è un modo di tenere gli occhi aperti su cose che fanno molto male.

Prendiamo Jada. Il personaggio potrebbe essere caricaturale, una macchietta di stallone di periferia arricchito di difetti pittoreschi. Invece Niven lo costruisce con una cura meticolosa per il dettaglio linguistico e comportamentale che lo rende paradossalmente credibile, quasi simpaticononostante tutto — o forse proprio perché tutto. Il suo gergo — quella cadenza da Govan con i «mica no», le «’rcatroia», i «cazzo ti credi» — non è folklore esotico ma una grammatica precisa di un mondo che ha le sue regole, la sua etica tortuosa, il suo senso dell’onore sghembo. Jada è un uomo che, sul retro di un pub, concede a una conoscente quello che chiama pudicamente un «favore minimo» pochi minuti dopo aver promesso fedeltà alla sua compagna appena partorita, e poi si dichiara soddisfatto della propria disciplina morale. La logica è coerente, internamente. È soltanto un’altra logica.

Dall’altra parte, Dan non è idealizzato. È un uomo che ha paura — della povertà creativa, del fallimento come padre, della mediocrità — e che trasforma questa paura in una serie di comportamenti ossessivi e controllanti. La sua traiettoria nel romanzo è quella di una lenta, devastante discesa che Niven prepara con anticipo, seminando indizi nei flashback sulla fecondazione in vitro di Grace — sua moglie — e nei pensieri di lei, che vengono alternati ai suoi con una simmetria narrativa precisa e spietata. Grace che, durante i cinque anni di tentativi falliti, arriva a fantasticare il suicidio pensando che la sua scomparsa avrebbe permesso a Dan di trovare una donna fertile. Questo dettaglio, rivelato con la stessa voce piatta con cui si descrive un succo di verdure o un riscaldamento a pavimento, è uno dei momenti più laceranti del romanzo.

La paternità come crogiuolo esistenziale

Il titolo non è metaforico: il romanzo è letteralmente, fisicamente, ostinatamente su cosa significa essere padri. Non in senso celebrativo — non è un inno alla paternità — ma nel senso di una messa alla prova, di un banco di prova su cui ogni uomo finisce per rivelare chi è davvero, o chi non riuscirà mai a essere.

Dan aspetta il suo primo figlio da cinque anni di tentativi, trentamila sterline e un abisso di dolore condiviso con Grace. Quando Tom nasce, l’amore è immediato, fisico, devastante — lo scrittore lo descrive come «il banale miracolo: due persone entrano in una stanza e ne escono tre». Ma Niven sa bene che i miracoli banali non sono al sicuro. Quello che accade a Tom è il fulcro narrativo del romanzo, e Niven lo gestisce con una scelta audace: non la descrive direttamente ma la aggira, la fa intuire attraverso la reazione dei personaggi, la costruisce in negativo nei capitoli successivi, quando vediamo Dan diventare qualcos’altro, qualcosa di irriconoscibile, e capiamo cosa lo ha prodotto.

Jada, al contrario, è già padre sei volte. La paternità per lui non è un evento straordinario ma la norma — e proprio per questo è, in un certo senso, più esperto e meno preparato di Dan. Sa come si fa un figlio; non sa come si fa un padre. Il piccolo Jayden (o Cayden: Nicola non si decide sul nome, e questo dettaglio minimo dice tutto sulla precarietà in cui quello bambino arriverà al mondo) è già destinato a ripercorrere le strade di Barlinnie, secondo la logica inesorabile del quartiere. Eppure Jada guarda il figlio addormentato e pensa, per qualche istante, di poter essere diverso. Niven rispetta questo istante. Non lo deride.

Una scrittura costruita su contrasti precisi

La tecnica narrativa di Padri nostri è quella di un romanziere maturo, che ha imparato a dosare ogni effetto. I capitoli si alternano tra i punti di vista — Dan, Jada, Grace, Nicola — con una struttura che ricorda quella di un’orchestra, dove ogni strumento porta la propria melodia e il contrappunto emerge solo nella lettura d’insieme. Niven usa la data come didascalia — Giovedí, 18 dicembre; Sabato, 20 dicembre — creando un senso di countdown inesorabile verso qualcosa che il lettore intuisce ma non riesce a localizzare con precisione.

Il linguaggio è uno dei grandi piaceri del romanzo, e qui va riconosciuto il merito enorme del traduttore Marco Rossari, che ha trovato un italiano per il gergo di Jada che non suona mai artificioso né folkloristico, ma ha la stessa densità e la stessa vita del dialetto originale scozzese. Le scene al pub, al Flaps — ex Fanny Bryce’s, degradato da Fanny’s a The Fanny e poi misteriosamente a Flaps in una catena etimologica che è già un romanzo in sé —, le contrattazioni con i ricettatori, i monologhi interiori di Jada sui propri figli sparsi per la città (uno in Portogallo di cui ha perso le tracce, uno a Barlinnie, una nipote che diventerà nonna a ventotto anni) sono costruiti con una precisione comica e antropologica insieme che ricorda i migliori momenti di Welsh senza mai imitarli.

La trappola dell’empatia

Uno dei rischi più seri di un romanzo come questo è la trappola dell’empatia strumentale: il personaggio povero come specchio maleducato del ricco per aiutarlo a capire sé stesso. Niven ci è già caduto in alcuni suoi romanzi precedenti? Forse sì, ma qui no. Quello che distingue Padri nostri è che Jada non è mai uno strumento narrativo: è un soggetto a pieno titolo, con la sua psicologia complessa, le sue strategie di sopravvivenza, le sue illusioni e le sue consapevolezze dure.

La scena in cui Dan lo vede per la prima volta con occhi di classe — sei figli da sei donne diverse, quel povero bambino che possibilità avrà nella vita? — è deliberatamente costruita per mostrare il limite di Dan, non la verità su Jada. Niven lascia che il pregiudizio di classe del suo personaggio borghese venga esposto, e poi lo lascia lì, senza commentare, senza correggere, sapendo che il lettore vedrà. Questa fiducia nel lettore è una delle qualità stilistiche più preziose del romanzo.

La relazione tra i due uomini evolve attraverso transazioni economiche — un passaggio in auto, un prestito di soldi consistente, la firma di alcuni documenti legali mai letti — e questa dimensione materiale è fondamentale. Non si tratta di un’amicizia idealizzata: è un rapporto costruito su debiti e contro-debiti, su favori e aspettative, su una solidarietà che è anche, sempre, qualcosa d’altro. Eppure, in mezzo a tutto questo, qualcosa di genuino affiora. Il momento in cui Dan legge una storia a Jayden — Una tigre all’ora del tè — e trova sotto il lettino un dinosauro di feltro verde che riconosce come regalo destinato al suo bambino, è tra le pagine più commoventi del romanzo.

Cosa rimane

Padri nostri non è un romanzo consolatorio. Non risolve le sue tensioni con un abbraccio finale né con una lezione morale. Il finale è aperto in modo deliberato, teso come un filo metallico che non si spezza ma non cede. Quello che Niven lascia al lettore è qualcosa di più scomodo di una risposta: è una domanda sul privilegio, sulla fragilità, sull’amore come forma di resistenza all’ovvio.

In un panorama letterario britannico spesso tentato dall’ironia come distanza di sicurezza, Niven sceglie l’ironia come strumento d’avvicinamento: più ridiamo, più siamo vicini al dolore. È una scommessa narrativa rischiosa, e lui la vince quasi sempre. Qualche cadenza di troppo nel terzo atto, qualche effetto calcolato in eccesso nella gestione del plot principale — il tradimento che cambia tutto — non scalfiscono la qualità complessiva di un romanzo che sa dove vuole arrivare e ci arriva per strade che nessuno si aspettava.

Nato a Irvine, in Ayrshire, formatosi nell’industria discografica, Niven porta in ogni suo libro la consapevolezza di chi ha lavorato nei meandri dell’economia culturale e sa che il denaro non redime nessuno, ma che la sua mancanza non rende più autentici. Padri nostri è il suo libro più maturo, il più calibrato, e forse — nella lunga filmografia letteraria che comprende A volte ritorno, Uccidi i tuoi amici e La lista degli stronziil più necessario.

Padri nostri John Niven recensione romanzo 2026, Padri nostri di John Niven: l’amicizia impossibile tra due Glasgow che non si parlano mai

Padri nostri
di John Niven
Einaudi, 2026 (394 pag)