Era il 1977. I corridoi degli Holiday Inn americani profumavano di alcool, sudore e ambizione. Fuori dai camerini di mezzo mondo, ragazze con gli occhi spalancati e gli stivali fino al ginocchio aspettavano che il muro tra il pubblico e il palco si sgretolasse — e di solito succedeva, perché loro sapevano esattamente come farlo sgretolare. Le chiamavano groupie, un termine che nel corso degli anni avrebbe assorbito tonnellate di disprezzo, fascino, morbosità e incomprensione. Eppure, a guardarle bene, quelle donne erano qualcosa di molto più complicato di quanto la parola lasciasse intendere: erano testimoni, catalizzatrici, protagoniste silenziose di un’epoca che stava cambiando il mondo.

Chi erano davvero le groupie degli anni Settanta

Semplificare il fenomeno delle groupie come mero appetito sessuale nei confronti delle rockstar sarebbe una distorsione storica. Il fenomeno groupie nacque a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta come propaggine naturale della controcultura, del movimento per i diritti civili, della liberazione sessuale femminile. Erano anni in cui le donne stavano conquistando autonomia professionale, sessuale e sociale, e alcune di loro scelsero di viverla dentro l’orbita magnetica del rock’n’roll — non per caso, ma con intenzione.

Erano mosse da motivazioni varie, dalla ricerca di una miscela di successo e di nuovi modi di usare il proprio corpo, vivendo intensamente l’epoca di ribellione dentro la quale la storia le aveva catapultate. Furono protagoniste della rivoluzione culturale e sessuale dei Settanta e riuscirono a portare il nuovo modo di vedere il sesso sulle copertine dei giornali. Non erano ornamenti passivi: erano agenti attivi di un cambiamento epocale.

Come avrebbe detto Pamela Des Barres, forse la più celebre di tutte: “Un fan è felice di stare a casa ad ascoltare la musica. La groupie vuole incontrarli.” Una distinzione sottile ma fondamentale, che dice tutto sulla natura volitiva di quell’esperienza.

Pamela Des Barres e la grammatica del desiderio consapevole

Se esiste una figura che ha trasformato l’idea di groupie da stereotipo a icona culturale, quella figura è Pamela Ann Miller, passata alla storia come Pamela Des Barres. Losangelena, laureata in letteratura inglese, aveva sempre tenuto diari e scritto, e la sua storia con il rock’n’roll non era una fuga dalla realtà ma un atto d’amore deliberato.

Pamela aveva limonato con Jim Morrison, si vedeva regolarmente con Keith Moon per scambiarsi i vestiti, aveva avuto storie con Jimmy Page e Mick Jagger. Ma ciò che la distingueva dalla narrazione convenzionale era la sua lucidità. Negli anni, mentre il dibattito pubblico la definiva un’anti-femminista, lei continuava a insegnare, scrivere ed esprimere le proprie idee. “Non sono una puttanella che ha sbancato con un libro per poi sparire nel nulla,” dichiarò in un’intervista. “Ora, finalmente, mi vedono come la femminista che sono: una donna che ha fatto esattamente quello che voleva nella vita.”

Nel 1987 pubblicò I’m with the Band: Confessions of a Groupie, memoir destinato a diventare uno dei documenti culturali più importanti della scena rock losangelena degli anni Sessanta e Settanta. Un libro che non era una confessione pruriginosa ma una testimonianza storica scritta con la penna di chi aveva vissuto quell’universo dall’interno.

Bebe Buell, Cynthia Plaster Caster e le altre: le muse del vinile

Il pantheon delle groupie dei Settanta era vasto e sorprendentemente variegato. Ogni figura portava con sé una storia diversa, un modo diverso di abitare quella no man’s land tra fan e amante, tra testimone e protagonista.

Bebe Buell, modella e playmate, negli anni Settanta aveva frequentato George Harrison, Jimmy Page, Mick Jagger, Rod Stewart e Steven Tyler, da cui aveva avuto la figlia Liv, nata nel 1977, che scoprì di essere figlia del cantante degli Aerosmith solo a undici anni. La sua storia con Todd Rundgren, che fece da padre a Liv per anni, aggiunge a quella vicenda una dimensione umana che supera di gran lunga il gossip.

Poi c’era Cynthia Plaster Caster, artista a suo modo. Oltre a vivere la scena rock dall’interno, ebbe l’insolita intuizione di fare dei calchi in gesso ai genitali delle star, i quali divennero presto un fenomeno artistico. Provocatorio, certo. Ma anche documentaristico: un archivio corporeo dell’era del rock classico che nessun fotografo avrebbe mai potuto realizzare.

Il fenomeno era largamente diffuso dagli anni Settanta negli Stati Uniti e nel Nord Europa, con le sue regole non scritte, le sue gerarchie informali, i suoi codici di condotta che variavano da band a band, da città a città.

Una notte qualunque del 1977: l’arte di dire no

Nella mitologia orale del rock’n’roll circolano storie che nessun documentario ha mai catturato, storie tramandate in corridoi d’albergo e backstage fumosi, da una generazione all’altra. Una di queste ha per protagonista una giovane donna — chiamiamola con il nome che la leggenda le ha assegnato, Gayle O’Connor — e racconta meglio di qualsiasi saggio accademico cosa significasse, per certe donne di quella stagione, muoversi nel mondo del rock con una bussola propria.

La storia è ambientata nel 1977, a una festa in onore degli Who. Gayle era quello che all’epoca avrebbero chiamato una groupie atipica: usciva con i roadie come si esce con un fidanzato, e alle rockstar sapeva dire no con un’educazione disarmante. Quella sera mandò a stendere David Lee Roth, reo di comportarsi con la consueta arroganza da semidio del palco. Quando Roger Daltrey, con la sicumera di chi non si aspetta rifiuti, le chiese di fare uno spogliarello, lei rispose con la stessa moneta: “E tu perché non canti una canzone per me?” Poi trascorse del tempo con Keith Moon — che, fedele alla sua natura di clown cosmico, le cantò come serenata Beware of the Naked Man di Randy Newman — e declinò anche il suo invito.

Alla fine della serata scelse Pete Townshend. La storia finisce con un paio di stivali rossi comprati da Nordstrom irrimediabilmente rovinati sotto una doccia d’albergo. Un dettaglio così preciso e assurdo da sembrare vero, così perfettamente cinematografico da sembrare inventato. Come tutte le grandi storie del rock, probabilmente è entrambe le cose.

Quel che conta, al di là della veridicità, è la struttura narrativa sottostante: una donna che sceglie, che rifiuta, che decide. Non una vittima del carisma altrui, ma una soggettività pienamente consapevole che naviga quell’ecosistema con un codice di condotta tutto suo, incomprensibile tanto ai moralisti quanto agli stessi rockstar.

Il backstage come spazio di potere e negoziazione

C’è una dinamica che spesso sfugge alla narrazione mainstream delle groupie: il backstage non era uno spazio di puro assoggettamento femminile, ma un territorio di negoziazione continua. Le rockstar avevano fama, denaro, potere simbolico. Le groupie più consapevoli avevano qualcosa che a quelle stesse rockstar mancava spesso: libertà, mobilità, assenza di contratti e aspettative commerciali. Potevano dire sì. Potevano dire no. E alcune sapevano farlo con una fermezza che le rockstar, abituate all’adorazione incondizionata, non sempre si aspettavano.

Robert Plant, in un’intervista del 1975 rilasciata a Cameron Crowe per Rolling Stone, esprimeva una certa nostalgia per quella fase ormai al tramonto: “È un peccato vedere queste giovani ragazze sperperare la loro vita in una corsa frenetica a competere con quello che nei vecchi giorni erano relazioni golose con le GTOs e gente come loro.” Un commento che suona paternalistico, ma che rivela involontariamente quanto le groupie della prima ora — quelle della generazione dei GTOs di Frank Zappa, quella di Pamela Des Barres — avessero una qualità relazionale e intellettuale che le distingueva nettamente dal fenomeno che le avrebbe seguite.

“Almost Famous” e la mitologia del tour bus

Nel 2000, Cameron Crowe — che da adolescente aveva vissuto quella scena in prima persona come giovanissimo collaboratore di Rolling Stone — la restituì al grande pubblico con Almost Famous. In una scena chiave del film, il personaggio di Penny Lane, interpretato da Kate Hudson, si presenta al giovane William con una distinzione netta: “Non siamo groupie. Le groupie dormono con le rockstar perché vogliono essere vicine a qualcuno di famoso. Noi siamo qui per la musica. Noi ispiriamo la musica.”

Era una distinzione retorica, forse, ma coglieva qualcosa di reale. Molte delle figure reali di quella stagione avevano canzoni scritte in loro onore. Altre avevano incoraggiato i musicisti a prendere rischi che altrimenti non avrebbero corso. E in alcuni casi avevano persino dato feedback su canzoni, alterando la direzione di brani diventati classici.

Il personaggio di Penny Lane è ispirato liberamente a figure come Pennie Lane Trumbull, groupie della scena di Cleveland che seguì diverse band tra cui Led Zeppelin e Lynyrd Skynyrd. La sua storia, come quelle di tante altre, rimane in gran parte nell’ombra — il destino di chi ha vissuto dentro la storia senza mai diventarne il soggetto ufficiale.

Il lascito culturale di un fenomeno irripetibile

Le groupie degli anni Settanta non erano sante né martiri. Erano esseri umani che avevano scelto di abitare uno spazio liminale, ai confini tra arte e vita, tra desiderio e identità. Alcune ne uscirono arricchite, altre segnate, molte semplicemente vissero e basta — senza bisogno di giustificazioni.

Pamela Des Barres, a settantacinque anni suonati, dichiarava di ricevere ancora insulti. “Mi chiamano ancora puttana,” disse con la lucidità di chi ha smesso da tempo di farsi del male con le parole altrui. Il fatto che quella parola sopravviva ancora dice molto non su di lei, ma su di noi.

Quello che rimane, al di là dei pettegolezzi e della mitologia, è un capitolo autentico della storia della musica popolare. Le groupie dei Settanta furono specchi in cui il rock’n’roll si guardò, si riconobbe e a volte — non sempre, ma a volte — si migliorò. Erano lì quando Led Zeppelin IV stava nascendo. Erano lì quando i Rolling Stones cercavano la forma giusta per una canzone. Erano lì, nel corridoio di un hotel qualunque, mentre fuori la notte americana scorreva con tutta la sua magnificenza imperfetta.

E la storia, come sempre, ha dimenticato i loro nomi.